SciELO - Scientific Electronic Library Online

 
vol.16 número30Aisthêsis en Ética a Nicómaco: La aprehensión de los finesMónadas y cuerpos materiales índice de autoresíndice de materiabúsqueda de artículos
Home Pagelista alfabética de revistas  

Servicios Personalizados

Articulo

Indicadores

  • No hay articulos citadosCitado por SciELO

Links relacionados

  • No hay articulos similaresSimilares en SciELO

Bookmark

Apuntes Filosóficos

versión impresa ISSN 1316-7553

Apuntes Filosóficos v.16 n.30 Caracas jun. 2007

 

La crisi moderna dell’unità classica del sapere: filosofia e medicina a confronto nella cultura universitaria tra Cinque e Seicento1

Giulio F. Pagallo

Universidad Central de Venezuela. Caracas

Riassunto:

L’articolo si propone di cogliere il significato del dibattito che vide impegnati filosofi e medici, durante tutto il Cinquecento e oltre. Al centro della discussione, le questioni che gli avanzamenti teorici e tecnici verificatisi nel campo della medicina dalla fine del ‘400 in poi, avevano fatto emergere in confinio scientiae naturalis et artis medicae. Discusse con accanimento da filosofi aristotelici e medici galenisti, esse riguardavano in modo diretto i fondamenti della biologia e fisiologia; ma, in realtà, mettevano in discussione il rapporto di subalternatio della medicina con la ‘fisica’ di allora, cioè la filosofia naturale; e così facendo, finivano per insidiare l’architettura della concezione tradizionale e classica dell’unità del sapere scientifico e tecnico.

Parole chiave: Rinascimento, filosofia della natura, medicina (storia della), subalternatio scientiarum et artium

Resumen:

El artículo intenta destacar el sentido general del debate que se desarrolló en la cultura universitaria del Renacimiento italiano, y al que participarán eminentes figuras de la filosofía y de la medicina de la época. Al centro de la disputa, se hallan las cuestiones que, desde las últimas décadas del siglo XV, habían sido planteadas in confinio scientiae naturalis et artis medicae, por los avances teóricos y técnicos ocurridos en el campo de la medicina. Filósofos aristotélicos y médicos galenistas intervinieron con mucho empeño sobre los temas en discusión, directamente vinculados con los fundamentos de las teorias biológicas y fisiológicas. Al mismo tiempo, en razón del cuestionamento que, explícita o implícitamente, sobre todo los médicos hicieran de la subalternatio de la medicina a la filosofía de la naturaleza, la controversia terminó por afectar el concepto clásico de la unidad del saber científico y técnico.

Palabras clave: Renacimiento, filosofía de la naturaleza, medicina (historia de la), subalternatio scientiarum et artium

Abstract:

With this article I try to outline the general sense of the debate developed in the university culture of the italian Renaissance, where distinguished characters from the philosophical and medical field took part. The issues that were expounded given the theorical and technical upgrades in medicine during the last decades of the 15th century in in confinio scientiae naturalis et artis medicae are an important part of the discussion. Aristotlelic philosophers and doctors intervened on the discussed matters, which were directly related to the biological and physiological theory foundations. At the same time, regarding the explicitly or implicitly questioning on the subalternatio of medicine, which was mostly made by doctors, the controversy ended up affecting the classical concept of the technical and scientific knowledge unity.

Keywords: Renaissance, nature philosophy, medicine (history of), subalternatio scientiarum et artium

Nella concezione unitaria delle scienze e delle arti che la filosofia aristotelica trasmette al Medioevo e al Rinascimento, il principio della subalternatio scientiarum et artium funge da architrave dell’intera enciclopedia del sapere. Più in particolare, nel corso dei secoli XIV e XV, filosofi, medici, giuristi e letterati si richiamano all’organizzazione gerarchica delle forme del sapere teorico e pratico – da Francesco Petrarca a Coluccio Salutati, da Bernardo da Firenze a Nicoletto Vernia e Mengo Bianchelli –, in modo da poter argomentare la superiore nobiltà di questa o quella disciplina.2

Le comunità accademiche e scientifiche internamente variegate per diversità di metodi e specializzazioni, sono portate ad aprire spazi di collaborazione interdisciplinare; cui si alternano spesso,  et pour cause, contrasti alimentati da gelosie accademiche e inimicizie personali, allora come oggi non infrequenti tra colleghi. A questa regola non vennero meno in Italia la corporazione universitaria degli «artisti», presso la quale la difficile coabitazione delle scholae dei filosofi e dei medici periodicamente trovava sfogo negli scritti sulla cosiddetta quaestio de nobilitate artium, redatti con il proposito di favorire l’una o l’altra delle discipline, la cui superiore dignità scientifica era capace, pertanto, di rintuzzare le pretese dei colleghi «legisti».

Com’è facilmente comprensibile, i contrasti e le alleanze incontrarono storicamente modi e stili diversi per intrecciarsi e disfarsi, a seconda delle occasioni e degli interessi. Per esempio, un filosofo come Domenico Bianchelli, scolaro a Padova del grande maestro di logica Paolo Veneto e giovane professore a Ferrara, nella quaestio scritta tra il 1466 e il 1470, sembra appoggiare inizialmente il primato della scienza della natura –della quale è parte preminente e «sorella» la medicina– contro il pragmatismo dei giuristi e dei politici; nelle battute finali, tuttavia, la posizione si fa meno netta e l’autore sembra disposto ad ammettere che il fine cui mirano gli uomini di legge è superiore alla cura della salute fisica, scopo primario dei medici.3 Nella quaestio, invece, pubblicata nel 14824 da Nicoletto Vernia –filosofo di notevole ingegno, professore a Padova e aspirante medico: conseguirà la laurea in medicina il 29 dicembre 1496–5 le ragioni dei fiIosofi e dei medici, forse non del tutto disinteressatamente, si associano in un unico ragionamento, di polemica radicale con i colleghi giuristi.6 L’atteggiamento del Vernia risponde al momento storico e dottrinale che Carlo Dionisotti ha saputo descrivere, cinquantanni fa, con estrema finezza e precisione. «Appena occorre qui ricordare» –osservava Dionisotti– «che nel 1480 (non nel 1489 e anni seguenti) la novità e l’importanza della polemica filosofica del Vernia non consiste già in ciò che egli si attenesse in sede di filosofia naturale a un’interpretazione averroistica di Aristotele, come accanto a lui si attenevano, in sede di metafisica e teologia, Francesco di Nardò a quella tomistica e Antonio Trombetta a quella di Scoto; consiste nel fatto che, poggiando su Averroè e oppugnando coi dovuti riguardi Tommaso e Scoto (con maggior riguardo il primo, proprio perché in quel momento a Padova tenuto in minor conto), il Vernia apriva una frattura netta fra Due e Trecento, fra antichi e moderni, fra Scoto insomma da un lato e gli «scotizantes» e i terministi e i calcolatori dall’altro, a cominciar da Giovanni Canonico e Antonio Andrea giù fino a Paolo Veneto e al suo stesso maestro, Gaetano da Thiene, e ai coetanei di lui, Vernia».7 In particolare, discutendo de nobilitate artium, il Vernia era impegnato a respingere gli argomenti che potevano mettere in cattiva luce il criterio della subalternatio, in base al quale la certezza scientifica di ciò che dice e fa il medico, dipende unicamente dalla sua accettazione delle conclusioni cui è pervenuto il «fisico».

Solo una connessione di questo tipo consente, infatti, di considerare come scientifici sia il subiectum di cui si occupano i medici, sia il metodo dimostrativo che impiegano; anche se, avverte Nicoletto, è necessario distinguere nell’ars medica l’abito intellettuale che si affida esclusivamente ai procedimenti dimostrativi del quia e del propter quid, da quel «saper fare» che, in base all’esperienza, adotta le regole più adatte a guidare l’operare tecnico.8 È stato giustamente osservato che, così facendo, il Vernia interveniva «sull’argomento della distinzione metodologica sussistente fra la medicina teorica e la medicina pratica», e si faceva partecipe di «una discussione che anima particolarmente lo Studio di Padova proprio negli anni in cui si verifica, anche a livello strutturale, la distinzione del sapere medico teorico da quello applicativo, con l’istituzione di cattedre di medicina pratica». Il filosofo di Chieti, infatti, badava a mettere in luce «sia la peculiarità del sapere medico che necessita dell’uso contemporaneo della scienza e della prassi sia l’inscindibilità del legame che deve connettere la teoria e la pratica, sicché nessuna attività terapeutica sarà efficace senza la verifica logico-metodologica dei criteri impiegati nell’interpretazione del quadro clinico proposto».9 Rimane certo, tuttavia, che secondo il Vernia solamente il medico che nella pratica professionale segue gli insegnamenti del «fisico», è da annoverare tra i medici rationales, vale a dire tra coloro che sunt boni philosophi naturales, quibus honos maximus debet exhiberi; come quel Gerardo Bolderio da Verona che, secondo l’annuncio alquanto enfatico che ne fa il buon Nicoletto, è principe dei medici e vero filosofo.10

Un secolo più tardi, alle soglie del Seicento, il medesimo punto di vista sull’ordine che presiede all’enciclopedia delle scienze e delle arti figura negli scritti di Cremonini. Il che non manca di essere per vari riguardi significativo: in primo luogo, perché, chiamato a Padova da Ferrara nel 1590, il professore di Cento era già apprezzato come il maestro di maggior prestigio della schola philosophorum dello Studio patavino; in secondo luogo, perché le tesi che egli sostiene a proposito di questioni centrali della biologia e fisiologia, sono comuni, senza differenze di rilievo, alle due figure più illustri della filosofia padovana nella seconda metà del XVI secolo: Giacomo Zabarella, che alla corrente filosofica «quae Peripatetica nominatur, se totum adiunxit»; e Francesco Piccolomini che, invece,  con le lezioni e con gli scritti insieme all’aristotelismo «et Platonicam disciplinam fere collapsam […] in integrum restituere conatus est; illud in primis enitens, ut Platonem cum Aristotele in pluribus conciliaret».11 Va detto, tuttavia, che sebbene in questi autori l’interpretazione della subalternatio possa apparire sostanzialmente inalterata rispetto a quella cui si richiama, diciamo, il Vernia, in realtà la ratio del principio che è presente nei filosofi aristotelici del XVI secolo appare fortemente condizionata da preoccupazioni dottrinali e polemiche che, nel loro intreccio, sono del tutto estranee al ragionamento di Vernia. Allorché, infatti, Zabarella, Piccolomini o Cremonini affrontano le «questioni di confine» dibatture da filosofi e medici, due inseparabili obiettivi sembrano guidare i commenti e le dimostrazioni che essi sviluppano de rebus naturalibus: per un verso, si mostrano impegnati nell’apologia a tutto campo della filosofia aristotelica della natura; dall’altro e parallelamente, alle tesi difensive fa da contrappunto la critica costante e puntuale delle dottrine di Galeno.

In questo senso, allorché Cremonini riprende la dottrina peripatetica del cardiocentrismo e del primato del cuore all’inizio del suo insegnamento a Padova –  e cioè dalla quaestio de animi moribus et facultatibus degli ultimi anni del ‘500, contenuta nel ms. 2075  della Biblioteca universitaria di Padova– ,12 non solamente ne giustifica l’adozione mediante il riferimento all’auctoritas di Avicenna,13 ma utilizza esplicitamente lo schema della subalternatio14 per richiamare all’ordine metodologico e dottrinale i medici ribelli.15 Dall’applicazione rigorosa della subalternatio, Cremonini si attende, prima di tutto, che ne esca convalidato il primato che la fisica speculativa, o scientia naturalis, esercita su ogni ramo del sapere naturaliter fondato e, a maggior ragione, rispetto a ogni possibile estensione operativa della conoscenza. Da questa premessa generale, derivano due conclusioni pressoché assenti nella quaestio di Nicoletto Vernia: non soltanto la certificazione dei principi fondamentali della biologia e fisiologia peripatetiche, ma, unita ad essa, il rifiuto netto del «triadismo» caratteristico della fisiologia di Galeno16, che il medico Santorio, invece, all’inizio del ‘600 rivendica con queste parole:

Nos vero medici insequentes Galeni dogmata et veritatem ipsam, non admittimus cor esse tantae auctoritatis, quantae existimat Aristoteles, qui putat a corde tanquam a Monarcha non solum vitales, sed animales, et naturales spiritus prodire. Nos cum Galeno defendimus triumviratum, nempe haec tria principia cor, cerebrum, et iecur, totum corpus gubernare; addimusque facultates partium similarium, et earum operationes prodire ab innato, tanquam a forma partium similarium; a calore vero influente tanquam a materia, quia influens spiritus vitalis esse calidi innati pabulum, et non similarium forma.17

È bene insistere sul collegamento che Cremonini stabilisce fra la rivendicazione della competenza del filosofo a intervenire sui principi fondativi della biologia e della medicina, e la difesa della concezione unitaria che l’aristotelismo fornisce dei processi fisiologici, rapportandoli all’azione dell’anima forma perfettiva del corpo18 e alla funzione primaria del cuore. A giudizio del Cremonini, la dottrina peripatetica sull’anima e il cuore –intorno alla quale i filosofi aristotelici e i medici galenisti dissentono spesso aspramente –disegna un modello unitario oltremodo convincente delle funzioni vitali dell’uomo, senza bisogno di ricorrere ai numerosi e confusi collegamenti previsti dalla fisiologia galenista.

All’alba del Cinquecento, contrasti di questo tipo, anche quando riflettevano rivalità o insofferenze personali, erano in realtà espressione di processi di transizione e di crisi in atto nella cultura universitaria e nei suoi orientamenti didattici. «A Padova insomma, sui primi del nuovo secolo» l’ambiente non era più propizio «alla invecchiata filosofia naturale e alla logica dei ‘moderni’. [...] Beninteso, in uno Studio di quell’ampiezza e complessità non hanno luogo esecuzioni capitali; solo si verifica una graduale selezione e redistribuzione di parti, lecito restando ancora un buon tratto innanzi nel Cinquecento, specie fra i medici, il sospetto del nuovo e il culto dei vecchi metodi e testi».19 Anche nel campo dei filosofi le controversie, spesso astiose, erano di casa: a quelle che vedevano in lizza solitamente le diverse componenti della tradizione aristotelica (tomismo, averroismo, alessandrismo, sincretismo platonizzante), si erano da poco aggiunte quelle alla moda de ordine et doctrina: del «metodo» si discuteva, infatti, dovunque e comunque, in ogni settore del sapere e della tecnica, dalla teologia alla pittura. Famosa, per esempio, la lunga  polemica che, intorno alla struttura della logica e il suo rapporto con le «cose», vide aspramente contrapposti i professori padovani Giacomo Zabarella (1533-1589), da una parte, e Francesco Piccolomini (1520-1604) e l’allievo di questi Bernardino Petrella, dall’altra. Nello stesso periodo, del resto, il nome dello Studio si era diffuso in tutta Europa, oltre che per la fama che circondava la sua scuola di medicina, grazie anche ai contributi che sui temi della logica e della dottrina della scienza fornivano alcune personalità di spicco dello Studio, docenti di filosofia e medicina; quali, per citare solo i maggiori, Girolamo Capodivacca (m. 1589), dal 1552 professore a Padova di medicina pratica, e lo stesso Zabarella (dal 1564 docente di logica, e poi, dal 1569, di filosofia naturale), autori entrambi, nel giro di pochi anni (1562–1568), di opere fondamentali sull’argomento.20

L’attenzione che a Padova si era prestata all’esame delle procedure formali della scienza, trasse impulso dai cambiamenti profondi che si erano succeduti nel campo degli studi medici dalla fine del Quattrocento; in particolare, dalle scoperte filologiche della medicina umanistica che, assieme alla ripresa di Avicenna e alle procedure e congetture diagnostiche rese possibili dalle nuove risorse dell’anatomia e chirurgia, 21 mantenevano vigorosi, a secolo inoltrato, innovazioni e cambiamenti di diverso tipo che, nel campo degli studi medici, incidevano sugli orientamenti didattici e promuovevano il prestigio del medico oltre i confini dell’accademia.22 La varietà dei punti di vista che, in questi anni, filosofi e medici manifestarono sia intorno al metodo e la costituzione del sapere scientifico, sia sul rapporto della scienza medica con la «fisica» speculativa, rispecchia lo straordinario fervore intellettuale che caratterizzò a lungo la vita universitaria patavina.23

Va osservato, tuttavia, che anche quando la controversia fra medici e filosofi si faceva particolarmente accanita, rimaneva a salvo, custodita in certo modo dai contendenti di ciascun bando, la validità del principio divenuto oramai luogo comune, in base al quale, come aveva affermato Aristotele, non può esserci medicus elegans che non sia insieme dialecticus e phisicus, vale a dire esperto nell’arte logica e conoscitore dei princìpi della natura.24 Secondo Charles B. Schmitt, nella letteratura rinascimentale, la regola dell’ubi desinit physicus, ibi medicus incipit, circola nella versione datale dal medico e umanista padovano Oddo degli Oddi (1478-1558), nel suo commento alla prima fen del Canone di Avicenna;25 e in seguito accolta negli scritti di Giovanni Battista Da Monte (Montanus, 1489-1551), Giacomo Zabarella, Cesare Cremonini.26 È noto peraltro che la continuità funzionale delle discipline filosofiche e mediche figurava espressamente nei regolamenti dello Studio, nel senso che la conoscenza delle auctoritates logiche e di filosofia naturale era considerata condizione indispensabile per il conseguimento del grado dottorale in medicina.27

Oltre alla sanzione dei rotula e alla pratica dell’insegnamento, l’opinione che le conclusioni della «fisica» rappresentassero per la scienza medica gli assiomi fondamentali da cui partire, era in realtà largamente condivisa dai professori di filosofia e di medicina, all’interno di una comune visione della scienza come impresa intellettuale autonoma, da condurre su basi empiriche e secondo criteri razionali.28 Il medico Da Monte, per esempio, all’affrontare in aula il problema delicato dell’origine del mondo, avverte gli studenti che sul merito si sarebbe comportato ut peripateticus et medicus, mentre diversamente avrebbe dovuto esprimersi qualora avesse esposto il punto di vista dei teologi. E aggiunge: è grave errore mischiare la teologia con la filosofia, come usano fare scotisti e tomisti, che, per quest’aspetto, seguono il pessimo esempio lasciato da Avicenna e dagli altri scrittori arabi, i quali, con la sola eccezione di Averroè, si sono allontanati dall’ispirazione della filosofia classica.29

Le questioni concernenti il metodo da adottare in ciascuno dei campi del sapere scientifico e della tecnica vennero discusse con sottile impegno durante tutto il Cinquecento; più precisamente, verso la metà del secolo, l’impostazione dei problemi ed il linguaggio vennero assumendo forme nuove soprattutto nella letteratura medica, a seguito dei cambiamenti prodottosi nel frattempo nell’elaborazione e nell’esercizio della pratica professionale. Diretta testimonianza del fenomeno può trovarsi nella stessa varietà dei punti di vista, spesso contrastanti, avanzati a proposito della natura dell’ars medica.30 D’altro canto, gli orizzonti appena aperti alla ricerca tecnica ed empirica, –per quanto non ancora perfettamente rubricati sotto il profilo epistemologico– contribuivano a spostare gli equilibri esistenti all’interno della corporazione universitaria che riuniva filosofi e medici. Gli effetti più evidenti di tali processi si fecero sentire soprattutto sul versante della schola philosophorum, i cui rappresentanti si sentirono obbligati, per così dire, a resistere di fronte ai reclami, spesso non solo teorici, che i colleghi medici andavano avanzando. Questi ultimi, infatti, forti delle nuove conoscenze e dei raggiunti riconoscimenti accademici e sociali, rivendicavano l’ampliamento del raggio di competenza della propria professione e, allo stesso tempo, sollecitavano una riflessione più approfondita sulla natura della medicina, affinché la sua ratio specifica rispecchiasse senza tentennamenti lo scopo precipuo dell’ars medica, che è quello di conservare, o restituire, all’uomo la salute corporea.

La discussione verteva, in sostanza, sul modo di interpretare e ponderare l’attualità del principio tradizionale della subalternatio scientiarum et artium, che dai tempi del Petrarca e sino alla fine del ‘400, aveva rappresentato, dentro e fuori del mondo universitario, il riferimento sicuro di tante contese de nobilitate artium. Orbene, in questo panorama è dato cogliere un aspetto curioso: che proprio negli anni in cui, a Padova come altrove, ferve più intenso il dibattito sul metodo e la scienza, nei trattati e nelle lezioni di filosofi e medici lo spazio concesso al tema della subalternatio risulta piuttosto scarso, tanto da tradire, tutto sommato, un’attenzione molto affievolita nei confronti del tema. L’omissione, o negligenza che dir si voglia, merita certamente di essere spiegata, mettendola in relazione con i mutamenti di cui si è detto. I cambiamenti avvenuti all’interno delle facoltà delle arti, infatti, e i nuovi orientamenti degli interessi teorici –ma anche corporativi– appuntavano verso la messa a fuoco di una serie di questioni specialmente importanti, riguardanti punti fondamentali nella spiegazione della vita e dell’organizzazione del corpo umano: secondo la formula felicemente usata da Giacomo Zabarella, tali questioni erano emerse in confinio scientiae naturalis et artis medicae.31

Questioni già note e discusse, certo; ma la cui ripresa, collocate com’erano lungo quella sorta di linea d’ombra che doveva demarcare le aree di competenze dei filosofi e medici, rese pressoché inevitabile, nell’ambiente culturale degli ultimi decenni, la stagione dei più accesi confronti fra gli artifices chiamati in causa. Le «questioni di confine» toccavano temi importanti e delicati: in primo luogo, naturalmente, il rapporto dell’anima col corpo; ma anche la dottrina del sangue, il concetto di salute corporea, la natura e proporzione degli umori. Rispetto a problemi tanto impegnativi sia dal punto di vista filosofico, sia riguardo alla medicina teorica e a quella praticamente esercitata, non sorprende che la pura e semplice riproposizione del principio della subalternanti, intesa come asse centrale dell’enciclopedia delle scienze e delle arti, sollevasse mediocre interesse. Urgente, oltre che indispensabile, doveva apparire, invece, a filosofi e medici l’esigenza di consolidare, o modificare, il confine che separa la filosofia naturale dalla medicina; però non in astratto, ma facendo ricorso alle determinationes conseguite esaminando le «questioni di confine». In realtà, proprio a seguito dell’esame dei fondamenti della biologia e fisiologia, due terreni di scontro si erano venuti precisando, sui quali si sarebbero misurati filosofi e medici: il tema dell’unità del sapere e l’applicabilità, a questo riguardo, del criterio della subalternatio scientiarum et artium; la revisione delle definizioni in uso circa la vera natura della medicina.

In più di un’occasione, un intento «concordista» aveva mosso il Da Monte a osservare come su molti argomenti temi fosse possibile superare le divergenze tra filosofi e medici, una volta chiarito che la loro origine era da ritrovarsi nelle cattive interpretazioni date del pensiero di Aristotele e Galeno. Così, a proposito del primato che la scuola peripatetica assegna all’organo del cuore, il medico veronese fa presente che anche Galeno ha ammesso, magari non del tutto esplicitamente, l’esistenza di un unico principio attivo che coordina il funzionamento degli organi; senza la presenza di questo membrum principale che risiede tanquam rex nel cuore, non troverebbe spiegazione alcuna la conspiratio  fra le varie parti del corpo.32 Su un altro aspetto della medesima questione, sorto questa volta dai distinguo introdotti da Avicenna, il Da Monte ripete che occorre superare il dissidio delle opinioni;33 quanto al merito, propende ancora una volta per la dottrina aristotelica dell’unità del principio organico.34 D’altro canto, non sono pochi i casi in cui il problema è bene che sia indagato e dal filosofo e dal medico, nel rispetto delle competenze di ciascun artifex: proprio a proposito della complexio degli organi e se essa dipenda da fattori interni o esterni, il Da Monte dichiara che apriori nessun limite è posto all’iniziativa del ricercatore –soprattutto se si tratta del medico–, fintantoché egli rimane fedele ai principi della sua «arte».35 Nella ricerca, invece, tanto difficile delle cause della melanconia, è giusto che i verdetti dei filosofi guidino i pareri dei medici.36 In linea generale, tuttavia, la riflessione che il Da Monte sviluppa è diretta a mediare i contrasti tra le due scholae.

Dopo il Montano, a pochi lustri di distanza, gli umori sembrano cambiati. Alcuni autorevoli docenti titolari della cattedra di medicina pratica ordinaria, come Girolamo Capodivacca e Girolamo Mercuriale (1530-1606),37 e Bernardino Paterno (m. 1592?), dal 1569 professore primo loco di medicina teorica ordinaria a Padova, appaiono molto più decisamente schierati a favore di Galeno, in forte polemica con l’aristotelismo. Sull’argomento dell’anima, per esempio, il Mercuriale delle Anotationes in artem veterem insiste sulla peculiarità che essa ha di portare a termine operazioni diverse, senza che ne venga compromessa la sua unità sostanziale;38 e nel corso delle praelectiones Bononienses, posteriori alla sua partenza da Padova (1587), l’esposizione puntigliosa assume toni polemici piuttosto aspri nei confronti di Averroè, considerato avversario fierissimo di Galeno e dei medici in generale. In sostanza, Mercuriale intende smarcarsi nettamente dalla dottrina peripatetica delle tre facoltà dell’anima, poiché, a suo avviso, non di una pluralità di facoltà si tratta, bensì di una varietà di operazioni, ciascuna delle quali dipende dallo strumento che l’anima utilizza volta per volta, in modo che non risulta affatto coinvolta e compromessa l’unità formale dell’agente.39

Anche Bernardino Paterno prende in esame una serie di quaestiones molto dibattute, da quella circa l’essenza e unità dell’anima, a quella relativa ai «luoghi» del corpo dove hanno sede le principali facoltà. Sul primo punto, il medico di Salò espone inizialmente le opinioni di Platone, Aristotele e Galeno. I testi anche se apparentemente discordanti del Timeo, della Repubblica  e del Filebo, attestano la dottrina platonica delle tre anime, di cui una sola– la razionale, la cui sede è il cervello –è dotata di natura immortale; mentre l’irascibile e la concupiscibile – che risiedono nel fegato–, non possono sopravvivere alla morte del corpo. Viene di seguito l’esposizione minuziosa degli argomenti impiegati da Aristotele per avversare la dottrina di Platone, nel senso che si dirigono a provare che ove non esistesse soltanto un’anima e un unico «luogo» dove essa risiede, l’unità individuale dell’uomo verrebbe meno e sarebbe impensabile l’organica armonia delle facoltà. Paterno passa poi a elencare le ragioni con cui Galeno prova che il cervello, e non il cuore, è la sede della facoltà sentiendi et movendi secundum electionem. L’argomentazione procede ex anatome et corporum dissectione e dalle osservazioni che dicono che i nervi hanno origine dal cervello e che, dunque, da questo organo si dispiega la forza che dà movimento a tutto il corpo. Integra questo primo enunciato, l’affermazione che anche il principium facultatum primarum imaginandi, cogitandi et memorandi, si trova nel cervello e non nel cuore. A proposito della dipendenza del cuore dal cervello (come affermano i medici), e non viceversa (come sostengono i peripatetici), Paterno si richiama alle operazioni manuali che si possono esercitare su vene e arterie, in modo da verificare empiricamente la giustezza dell’ipotesi di Galeno, che cioè il cervello sia l’organo più importante.40

In merito alla natura dell’anima e la sua unità, Ippocrate insegna che essa s’identifica con il calidum ingenitum, calore innato; e a questa teoria pare rifarsi il Paterno, sostenendo che, nonostante il calore innato produca nel cuore, nel cervello e nel fegato qualità e forze diverse, la loro molteplicità, tuttavia, si risolve e fonde nella perfezione di quell’unica forma che Aristotele ha chiamato «anima vegetale». L’anima, dunque, si identifica con il calore innato, il quale, pur possedendo una sola natura sempre uguale a se stessa, si manifesta nelle varie parti del corpo con disposizioni e facoltà differenti, che corrispondono proporzionalmente alla complessione di ciascun organo. A questo punto, interviene quanto mai opportuno un assennato codicillo restrittivo, mediante il quale si avverte come l’intera esposizione vada riferita esclusivamente agli animali inferiori; rispetto all’uomo vale incondizionatamente l’insegnamento della fede e la dottrina cristiana, per cui l’anima, una e individuale, è creata e infusa da Dio nel corpo; e che essa, lungi dall’identificarsi con il calore innato, di esso si serve come proprio strumento.41

In realtà, il «concordismo» praticato dal Da Monte aveva fatto il suo tempo ed erano mutati gli umori dei filosofi e dei medici con riguardo alle due questioni generali di maggior interesse: di che natura fosse la relazione che subordina alla filosofia la medicina, e in che senso quest’ultima potesse essere considerata scientia. In entrambi i casi, la subalternatio rimaneva al centro del dibattito e a essa, anche senza che se ne facesse menzione esplicita, si riferivano filosofi e medici al discutere le questioni poste in confinio scientiae naturalis et artis medicae. Di fatto, per far prevalere antiche o nuove competenze, i contendenti, sia pure con intenzioni opposte, finirono per preferire l’interpretazione più rigorosamente restrittiva della regola universalmente nota e condivisa, per cui il subiectum scientifico appartiene formalmente ed esclusivamente alla scienza di un unico artifex.

In questa prospettiva, a nostro avviso, è opportuno valutare la valenza teoretica che i filosofi aristotelici del Cinque e Seicento –dallo Zabarella al Cremonini– danno alla disanima degli argomenti centrali della biologia e fisiologia; come pure l’affacciarsi continuo nei loro scritti del tema del principatus membrorum. Sono tratti che certificano, in primo luogo, il proposito di ricomporre criticamente il profilo d’insieme di una concezione fortemente unitaria della vita e delle sue manifestazioni nell’ente organico. È questo lo scopo che Zabarella si prefigge quando respinge con vivacità polemica la dottrina di Galeno sull’unità e identità essenziali degli spiriti;42 ma anche di Piccolomini e Cremonini allorché teorizzano l’unicità del principio da cui si origina l’armonia della fabrica del corpo umano, a somiglianza di quanto avviene esemplarmente in magno Mundo.43 Francesco Piccolomini, pensatore aperto alle suggestioni del platonismo, è uno dei campioni più risoluti dell’interpretazione unitaria della manifestazioni vitali e delle funzioni fisiologiche. Ovunque l’energia vitale è presente, egli afferma, è necessario risalire ad unum primum e ritrovarlo nel cuore; quest’ultimo, infatti, in ogni essere dotato di sensibilità e movimento, è il principale membrorum che sovrintende alla perfetta complessione dell’essere vivente.44

D’altra parte, l’impressione che si riceve dalla lettura di certe pagine di Zabarella, Piccolomini e Cremonini –vale a dire dei rappresentanti di maggior prestigio dell’aristotelismo padovano della seconda metà del Cinquecent – è che la reductio ad unum, oltre a essere idea fondativa delle spiegazioni dei fenomeni biologici e fisiologici, serve insieme a comprovare la validità del paradigma peripatetico circa la pluralità e gerarchia delle forme di conoscenza e a riaffermare il primato che spetta alla «fisica», alla quale la medicina, pur essendone specificazione prossima e importantissima, resta subalternata. La superiorità della filosofia su ogni altra forma di conoscenza, sostengono concordi Zabarella e Piccolomini, appare evidente se si considera esattamente l’ordine generale delle scienze teoriche e pratiche.45 Dal canto suo, Cremonini interpreta in senso così rigorosamente unitario l’enciclopedia del sapere, da ritenere l’uomo, proprio perché «epilogo» dell’universo, autentico obiectum praecipuum e meta finale dell’intera scienza della natura.46

Tutto questo può tornare a spiegazione di due aspetti, non tra i minori, delle scritture prodotte dai fisici padovani del Cinquecento. Da una parte, le figure più in vista dell’aristotelismo sembrano aver tralasciato il genere letterario della quaestio de nobilitate, sullo stile di Nicoletto Vernia, preferendo argomentare la superiorità della scienza peripatetica della natura in ambiti teorici problematicamente delimitati: l’anima come forma e la sua relazione con il corpo; il primato del cuore e la natura degli spiriti; il calore innato, etc. In secondo luogo, nelle loro lezioni e nei trattati gli esponenti della schola philosophorum, sviluppano le prove a favore delle dottrine aristoteliche secondo una sorta di contrappunto polemico che mette a fuoco e colpisce le parallele ma divergenti opinioni di Galeno e dei medici.

L’impegno cui i filosofi tentano di provare la validità «trascendentale» e dirimente della fisica speculativa nei confronti delle materie che si trovano in confinio tra filosofia e medicina, rivela di per sé la valenza teorica che la schola philosophorum, nei suoi maggiori esponenti, assegnava alle divergenze che la separavano nel merito dalle posizioni dei medici. Di riflesso, ciò convinse questi ultimi che fosse affatto insufficiente la difesa, per così dire, puramente corporativa della preparazione professionale. La contrapposizione delle ragioni degli uni e degli altri, pertanto, assunse in breve tempo i lineamenti del confronto tra due interpretazioni molto diverse e perfino contrarie della ratio stessa, cioè dell’essenza, del sapere. Il che era prevedibile che accadesse, dato che nella logica dei processi storici in corso, fra i molti altri aspetti, si era fatta presente l’esigenza di riconoscere pienamente il nuovo rango che la medicina pratica aveva nel frattempo acquisito nella vita accademica e nella società.47 Al centro delle discussioni rimaneva il problema di precisare meglio, sulla base dei nuovi elementi emersi, la nozione di subalternatio da applicare alla medicina, una volta sciolto il nodo della sua natura preminente, se cioè fosse scientia o ars. Da parte dei medici, il compito fu affrontato con decisione, ma in modo non uniforme: a voler sottilizzare, le stesse proposizioni di Aristotele, così come figurano nel De sensu et sensato e nel De respirazione, intorno alla relazione che la filosofia naturale mantiene con la medicina, potevano giustificare registri diversi di lettura, con l’accentuazione di questo o quell’aspetto.

In primo luogo, si avanzò l’ipotesi che il significato genuino del nesso di continuità previsto da Aristotele (ubi desinit philosophus, ibi incipit medicus), potesse essere colto adeguatamente a condizione di ribaltarne, per così dire, il senso della costruzione letterale. Così, in effetti, fece il grande anatomista e fisiologo Fabrici d’Acquapendente, il quale sostenne che pur essendo la fisica speculativa principio e radice delle conoscenze naturali, la fecondità piena dell’albero si manifestava nella raccolta dei frutti succosi operata dall’insieme delle scienze biologiche. Era un modo elegante di leggere all’incontrario illa vulgata propositio che, tra gli altri, Mainetto Mainetti (ca. 1525-1572), professore di filosofia e poi di medicina a Pisa e a Bologna, si era incaricato di tramandare:48

ubi desinit physiologus, ibidem medicus suum exordium facit, et e contrario ubi exordium facit medicus, ibidem physiologus etiam desinit.49

Fabrici ritiene, insomma, che, grazie al progresso dell’indagine naturalista,  i «primi» concetti della fisica ottengano dalle scienze biologiche e dalla pratica del medico l’ampliamento della loro extensio e, quello che più conta, una intensio più profonda. Nel preambolo al trattato De brutorum loquela, l’autore osserva che sebbene la Fisica contenga i principi primi di quanto dicono i libri sugli animali, tuttavia illi philosophiam inchoatam, hi consummatam exhibent; illi Philosophiae radices tantum, hi ramos quoque commonstrant. E ne trae la conclusione che pare voler rovesciare il rapporto della fisica con la medicina, così come lo aveva raffigurato la ininterrotta tradizione degli interpreti e commentatori aristotelici.50

Nella prospettiva storiografica che qui si suggerisce, anche l’opinione del Fabrici è da annoverarsi fra gli indizi di quel rinnovamento generale delle auctoritates e dei metodi che la cultura dell’umanesimo aveva promosso e che era stata, almeno in parte, accolta nella cittadella dell’aristotelismo più intransigente. In effetti, a secolo XVI inoltrato, a Padova duravano e si estendevano gli effetti delle trasformazioni che avevano influenzato direttamente gli studi medici: i nuovi testi della «medicina umanistica»,51 la fortuna editoriale e accademica di Avicenna;52 l’affinamento dei procedimenti dimostrativi53 e dell’osservazione empirica54, l’accoglienza riservata ai contributi dell’anatomia e della chirurgia;55 e, last but not least, il prestigio che circonda l’esercizio della professione medica nel mondo accademico e nella società.

Come giudiziosamente ha osservato Heikki Mikkeli, nessuno dei professori padovani, specialmente se medico, «really called the Aristotelian scientific framework into question, however. They simply wanted to supplement it with some fresh materials. These humanistically orientated writers tried to legitimize these new practical branches of knowledge, like anatomy and mechanics; to find for them a proper place in the prevailing hierarchy of all arts and sciences. In others words, they wanted to add these parts of knowledge, which they themselves found useful and important, to the ready-made and well-organized system of Aristotelian natural science, of which Fabricius’ «Aristotle project» is a good example».56 La prospettiva che l’Acquapendente aveva indicato, lascia intendere l’ampiezza delle novità che in materia di subalternatio erano in discussione; nel senso che, più probanti delle formule ritualmente ripetute, le sue parole alludono a un modo diverso di scandire l’ordo doctrinarum: prendendo le distanze da quello tradizionale, esse sembrano invitare a una disanima più articolata dell’habitus scientificus.

Parallela a quella del Fabrici, un’altra linea di riflessione si era frattanto sviluppata. Nel tentativo di dipanare le difficoltà presenti nelle definizioni correnti della scienza medica e della sua suddivisione in teorica e pratica, questo secondo orientamento finiva, in realtà, per insidiare il primato abitualmente riservato alla parte teorica, e dunque «scientifica» della medicina. Condotta oltre i limiti che esperienza, metodo e prudenza potevano suggerire, la revisione poteva invalidare la certezza che la medicina appartenesse al sistema delle «scienze speculative», con la conseguenza di rendere senz’altro meno perspicuo e attendibile il significato tradizionalmente assegnato alla subalternatio della medicina alla «fisica». Che il primato della conoscenza fine a se stessa potesse essere contestato e che, in cambio, ci si pronunciasse a favore di un sapere che ingloba e si nutre delle esperienze professionali del medico, lo afferma a chiare lettere Girolamo Mercuriale nelle sue Praelectiones patavinae, all’inizio del quinto libro De febribus. Gli antichi, osserva, hanno giudiziosamente distinto, all’interno della filosofia e della medicina, la parte teorica da quella pratica; ma ancora più sapientemente hanno dichiarato che, in entrambi i casi, la pratica eccelle sulla teoria, in vista dell’utilità e felicità degli uomini.57

La dichiarazione riprendeva il leit motiv di una discussione di antica ascendenza, che, all’inizio del ‘500, il Da Monte aveva avuto saputo prospettare in termini radicali: se, cioè, e in quale misura, la medicina potesse essere giudicata scientia vera e propria; o se, invece, avesse ufficio e natura di «arte» in senso stretto, cioè di conoscenza finalizzata al fare tecnico. La questione era nata come glossa alla distinzione famosa proposta da Avicenna, secondo la quale l’intero corpo dottrinale della medicina era costituito da due parti, una teorica e l’altra pratica. Come ha notato Nancy Siraisi nel suo saggio sulla fortuna del Canone nella cultura del Rinascimento italiano, è degno di nota che, circa quella suddivisione, i primi rilievi critici fossero formulati dal Da Monte, cioè da chi era stato, forse, il più autorevole promotore di Avicenna e del favore con cui la sua opera principale venne accolta dal mondo universitario.58

Il proposito di riesaminare lo status scientifico della medicina, traduceva, in verità, l’interesse a risaltarne le finalità pratico-operative, quelle che il buon medico ha costantemente presenti.59 Da Monte nega in via preliminare che la distinzione fra medicina teorica e medicina pratica, come la concepisce il filosofo e medico arabo, conduca a stimare il significato dei termini di «teoria» e «pratica» come equivalente a quello delle parole «conoscenza» (speculatio) e «intervento operativo» (operatio). Se uno dei suoi alunni, dice il professore, alla fine del corso fosse convinto che in medicina cum speculamur tunc dicitur teorica, cum vero operamur appellatur pratica, mostrerebbe di aver assistito con scarso profitto alle lezioni e di aver compreso ben poco di quanto il professore ha cercato di esporre (qui vult hoc dicere, non intelligit quod diximus). Rivolgendosi polemicamente contro i medici che reputano, non senza albagia, di poter coltivare conoscenze indipendentemente dall’obiettivo primario di curare il corpo e tutelare la salute, Da Monte dichiara che unaquaeque speculatio in medicina, come anche nelle altre scientiae factivae, è diretta semper ad finem propter operationem. Insomma, tutto ciò che il medico conosce ha uno scopo ben preciso: la salute del corpo. È questo l’ammaestramento che Ippocrate e Galeno, assieme a tutti i medici migliori, hanno lasciato; i quali, avverte Da Monte, ogni argomento affrontato, lo trattarono dal punto di vista «operativo» (propter ipsam operationem): da medici, cioè, quali erano e non da filosofi (quatenus medici sunt, et non sicuti philosophi).

Per Da Monte, due aspetti della questione rivestono speciale rilievo: da una parte, occorre insistere sul fatto che la medicina si dice «pratica», in quanto vi trovano posto soltanto le osservazioni e i ragionamenti che procurino il migliore esito dell’intervento curativo (semper ergo speculativus intellectus in arte medico erit practicus, et ita dicemus quondam scientia medica est tota pratica). Il che, tuttavia, in nessun modo autorizza a trarre la conclusione che, dunque, la medicina si risolve totalmente nella pura e semplice esecuzione di una qualche operatio: gli interventi e le terapie che il medico decide presuppongono, infatti, l’esercizio della riflessione (speculatio), rispetto alla quale le cure specifiche poste in pratica hanno valore di finale perfezionamento.60

Contro l’opinione di Avicenna, insomma, Da Monte afferma che la medicina non esse scientiam speculativam, sed practicam, perché il fine che essa si propone è in ogni caso la salute, da recuperare o da salvaguardare.61 Dal punto di vista formale, l’agire del medico è analogo a quello dell’aedificator domus, il quale prima progetta le sezioni, o parti, dell’edificio da costruire, e di seguito esegue il lavoro conformemente al progetto che previamente ha elaborato.62 L’importante è saper cogliere, nell’unità della disciplina medica, la costante implicazione dei due momenti segnalati.63

Il chiarimento ritorna con insistenza nelle pagine del Montano, quasi a porre l’accento sul grave errore in cui è incorso Avicenna, quando ha creduto di poter applicare anche al corpo dottrinale della medicina la classificazione che in filosofia distingue il sapere speculativo, da quello che attiene alle diverse forme del fare. La comparazione –osserva Da Monte– appare forzata e non può reggere; se è vero, com’è vero, che mentre l’indagine filosofica ha due obiettivi ben diversi –la sapienza fine a se stessa e il conoscere in vista degli scopi pratici del fare morale, o del produrre tecnico– la medicina, al contrario, persegue un’unica meta, ovverosia la salute corporea da conservare o recuperare. È da escludere, pertanto, che parti o sezioni della medicina possano essere indirizzate a un fine diverso da quello essenziale e specifico che si è detto.64

Non seguiremo in questa sede le critiche che, anche nella seconda parte dell’opera sua maggiore, Da Monte indirizza puntigliosamente contro la suddivisione avicenniana.65 Per impostazione e conduzione, le argomentazioni riproducono quelle presenti nella prima parte della Universa  medicina: le scienze e le arti differiscono tra loro perché le prime si prefiggono di conoscere la composizione reale dell’ente di cui si occupano; le seconde, invece, si applicano al loro subiectum con il proposito, ove necessario, di modificarlo.66

Nel ventaglio dei significati che il nome scientia dispiega, l’autore ritiene che ce ne sia uno che designa in modo appropriato quel momento essenziale dell’ars factiva, in cui i criteri che orienteranno l’azione sono ponderati e scelti; a condizione, però, che l’impiego del termine scientia non offuschi la dimensione complessiva e autentica del fare tecnico. In questo senso, Da Monte ripete più volte che medicina est tota practica, e che la sua finalità specifica è la salute; per cuiomnia in ea consideranda sunt propter sanitatem, gratia cuius movetur medicus, qua habita cessat tunc omnis operatio et medicus operari.

L’identico motivo ricorre ancora nella terza parte dell’Universa medicina, dedicata alla terapeutica; qui l’arte medica è descritta come «habitus intellectus practici ex multis theorematis collectus, opus ad finem intentum perducens, quo sanitas vel conservatur, si adest, vel recuperatur, si abest».67

In definitiva, è lecito dire che la critica puntuale che il Montano conduce della divisione della medicina in teorica e pratica, tende soprattutto a mettere a fuoco quello che, ad avviso del medico veronese, è, forse, il lato più importante dell’intera questione, vale a dire le differenze che separano il metodo del filosofo, da quello del medico.68 Tenendo conto di queste, Da Monte ritiene di poter conciliare la natura fattiva della medicina, con il riconoscimento del vincolo che la subordina, nella sfera delle discipline che a vario titolo si occupano della natura, alla «fisica». Il corpus humanum, che è il soggetto precipuo della scienza della natura (Cremonini, come s’è visto più sopra, lo chiama «epitome» o «epilogo della natura»), diviene oggetto specifico della medicina quanto addatur aliud et dicatur corpus humanum sanabile vel aegrotabile, e in questo modo nasce una alia scientia subalternata, quae est medicina.69 È dalla progressione degli additamenta, infatti, che le scienze particolari si distinguono l’una dall’altra, rimanendo tuttavia dipendenti dalla prima da cui tutte prendono origine; così come avviene nel subiectum e le sue successive determinazioni modo, si occupano della natura, anche le scienze «fattive» nascono dalle speculative per un processo di specificazione, come succede, appunto, nel caso della medicina che prende origine dalla filosofia della natura ed è subalternata ad essa.70

Anche Girolamo Capodivacca, qualche decennio più tardi, fa sua l’idea che, cum medicina circa effectibilia versetur, propria ars erit; anzi, rinviando al Cratilo di Platone, dirà che essa può essere denominata a buon diritto ars maxime meccanica; anche se non sordida né vilis, poiché la formazione del medico e gli studi di medicina dispensano, al contrario, altam quondam ac profundam intellectus penetrationem.71

Come s’è detto più sopra, anche nelle Explanationes in primam Fen di Bernardino Paterno, stampate a Venezia nel 1596, sono presenti motivi analoghi, sia riguardo ai criteri usati dal medico nelle diagnosi e nella prescrizione dei medicamenti, marcatamente diversi da quelli del filosofo naturale; sia a proposito delle questioni più generali che si collocano al confine tra filosofia e medicina.72

Nel complesso, al Paterno preme chiarire che la philosophia medicalis di Galeno, per gli argomenti che affronta e per il metodo che le è proprio, è ben diversa dalla scienza che i filosofi ricercano. Il subiectum, infatti, della medicina è di tale utilità per l’umanità, da essere assolutamente necessario; invece, molti dei problemi su cui amano intrattenersi i filosofi – a detta perfino di Socrate e Platone – sembrano del tutto slegati dalla vita reale degli uomini e non possiedono alcuna utilità. In un’occasione, Paterno si rivolge agli studenti che assistono alla lezione e, in una sorta di confessione della personale Beruf, dichiara: lo studio della medicina vos non in contemplationem tanquam in finem conducit, sed in actionem rectumque modum operandi; in questo senso, è vero che nullam medicinae partem scientiam proprie dici posse. Il riferimento polemico è rivolto contro Averroè che, opponendosi non solamente a Galeno ma alla verità stessa, giudica che la parte teorica della medicina, per essere adiacente e quasi un prolungamento della filosofia della natura, scientiam vere esse, quod eius finis est scire, non autem operari.73

Più sopra si sono ricordate le parole del tutto simili che Girolamo Mercuriale scrive introducendo il quinto libro delle praelectiones patavinae; dove, proprio in ragione dello scopo pratico che il medico deve avere sempre presente –curare e salvaguardare la salute dell’uomo – all’autore veniva fatto di proclamare la maggiore dignità della medicina sulle altre discipline.74 Finalità, peraltro, che l’arte medica del suo tempo sembra condurre a felice compimento alle imprese della nuovissima chirurgia,  i cui progressi hanno assicurato all’intera disciplina e ai suoi esponenti successi e onori inauditi.75

La posizione di Mercuriale rispecchiava interessi e attese che si erano affacciati in concomitanza dei cambiamenti occorsi, durante XVI secolo, negli studi e nella pratica medica.76 In questo senso, quella posizione interpretava «l’indirizzo rinascimentale dell’anatomia moderna» che «ai suoi albori trae spinta e guida» – oltre che dai nuovi campi di studio e di osservazione – «pure dai positivi risultati delle dispute metodologiche, più che mai feconde e sostanziose nello Studio di Padova», che portando «a valorizzare il significato dell’esperienza» contribuirono «a sensibilizzare l’ambiente verso un’impostazione logico-empirica nella ricerca naturalistica».77 Nella stessa direzione, contributi rilevanti erano venuti dalle osservazioni che Da Monte e Capodivacca avevano avanzato sugli obiettivi di natura diagnostica e terapeutica che in medicina orientano e disciplinano anche le conoscenze più astratte.

L’accentuazione del momento tecnico-operativo che contraddistingue la ratio medica –con i corollari che ne derivavano in rapporto alla sua maggiore o minore prossimità alla filosofia–  contribuì indubbiamente ad aprire il capitolo – così pieno di futuro–  del riconoscimento più schietto delle basi empiriche su cui poggia il sapere teorico del medico; convinzione corroborata, del resto, dal ruolo sempre più importante che l’insegnamento dell’anatomia svolgeva nel mondo accademico a Cinquecento inoltrato.78

Sul tema del fondamento empirico della conoscenza scientifica, Mercuriale riprende da Ippocrate e Galeno la prospettiva secondo la quale il concetto giunge al termine del processo di analisi e composizione dei dati offerti dall’esperienza sensibile. Avviato dalla facoltà immaginativa, il processo conoscitivo è portato avanti dall’intervento della discorsiva, deputata alla conservazione e al collegamento delle specie sensibili. A questo riguardo, la dottrina peripatetica si presenta in modo diverso, preferendo introdurre una distinzione fra la memoria  e la facoltà discorsiva;79 in ogni caso, il nostro intelletto riesce a elaborare principi certi e valide conclusioni soltanto partendo dalle cose che ci sono più vicine e che conosciamo mediante i sensi. Proprio per questo motivo, i filosofi giudicano indimostrabili i primi principi delle scienze e delle arti.80

Il medico che sa mantenersi fedele al criterio della certezza sensibile, riesce ad essere verus ac sine errore artifex, comprovando una volta di più che le teorie che non derivano dall’esperienza, e non rimandano ad essa, sono incerte e opinabili.81 Lo stesso Aristotele non seppe evitare l’errore, in quanto, come chiunque altro, decipi potuit, qui rationes naturae sequutus, saepe a sensu discederet.82 In particolare, le nozioni di salute e  malattia che qualificano la scienza medica devono rispecchiare quanto l’osservazione ha concesso di desumere, in luogo di essere dedotte –come accade spesso in Aristotele e Averroè –da concetti astratti o sulla base di astrusi ragionamenti.83

Se si scorrono le Explanationes sulla prima fen del Canone, svolte da Bernardino Paterno (m. 1592?), professore primo loco di medicina teorica ordinaria a Padova dal 1569, l’ispirazione rimane essenzialmente la medesima. In particolare, nel Tractatus de elementis, Paterno afferma che su certe questioni – per esempio, quanti e quali siano gli elementi – il medico non deve far propri senza previo esame i teoremi che il filosofo naturale dimostra;84 a maggior ragione, il medesimo atteggiamento critico deve essere assunto allorché si tratta delle proprietà e dell’efficacia di singoli farmaci, al cui riguardo sono decisive le risultanze dell’osservazione e dell’esperimento compiuti personalmente.85

Senza paragone più analitiche e metodologicamente innovative appaiono le riflessioni che Girolamo Capodivacca –collega del Mercuriale nell’infelice missione che li portò a Venezia, in occasione della peste del 1576 –86 sviluppa intorno alla natura empirica della scienza medica. In particolare, i referti procurati dalla pratica sempre più diffusa delle dissezioni, sono venuti a consolidare ulteriormente l’idea che, almeno per quanto attiene alla loro origine e primo fondamento, le ipotesi e teorie mediche dipendono dall’experimentum; ovverosia da ciò che Capodivacca in alcuni casi chiama peritia, oppure, nello stile di Galeno, cognitio experientiae.87

Di straordinario interesse sono le pagine che il Capodivacca dedica alla descrizione dei modi e livelli svariati in cui i sensi e l’experimentum procurano al medico informazioni conoscitive di importanza primaria. Capodivacca inizia col chiarire che l’esperimento, in quanto opus sensus, viene prima dell’elaborazione razionale; e che, di conseguenza, anche la peritia che ci procuriamo tramite l’experimentum, è giusto ammettere che alterum habitum nempe scientificum praecedat.88 La constatazione del progressivo perfezionamento della conoscenza – che partendo dai primi dati sensoriali culmina nel concetto e nel giudizio definitorio –  non è tuttavia d’ostacolo al riconoscimento che la pratica dell’experimentum serve ad principia artis [medicae] invenienda; nel senso che mediante il vaglio  metodicamente ordinato delle esperienze è possibile escogitare e determinare le ipotesi generali che guidano l’attività del medico: experimentum non esse principium in arte, sed esse instrumentum ad principia artis invenienda, ut patet a Galeno.89

Nella cornice di questo primo apprezzamento, Capodivacca disegna di seguito il processo per cui la facultas memorativa inizia col configurare un simulacrum, vale a dire l’immagine che contiene, per così dire, in sintesi i dati caratteristici di una serie d’esperienze sensoriali giudicate omologhe e pertinenti rispetto all’argomento in esame; il simulacrum, a sua volta, spinge l’intellectus a formare il concetto vero e proprio. Merita particolare attenzione quanto il professore padovano dice a commento di un aforisma di Ippocrate, secondo cui punto di partenza e d’arrivo della prima tappa dell’itinerario qui descritto è lo stesso experimentum, da identificare con il simulacrum: Experimentum est simulacrum fixum in memoria ex multiplici memoria atque sensatione magis multiplici, ad artis medicae inventionem et usus conducens.

L’avvertimento che l’autore rivolge ai suoi lettori –che cioè egli si riferisce esclusivamente all’experimentum medicum, che va mantenuto distinto da quelle altre forme di utilizzazione dell’esperienza sensibile che sono presenti in aliis artibus ac scientiis–  depone a favore dell’intelligenza con cui Girolamo Capodivacca ha preso nota della diversità delle procedure metodiche presenti nelle scienze, con una acutezza che è nota distintiva del De differentiis doctrinarum, opera per tanti versi insigne dal punto di vista epistemologico.90

Nel capitolo xxxvi del libro, il Capodivacca ritorna sul tema de doctrina experimentali e approfondisce la definizione data dell’experimentum, esplicando una ad una le parti che la compongono: l’experimentum, infatti, è detto doctrina instrumentalis, mediante la quale impariamo progredi  a noto ad ignotum, al fine di conseguire problematum peritiam.

Che l’esperimento abbia natura e funzione strumentale, ciò deriva in primo luogo dal fatto che esso rientra nel novero delle trattazioni logiche: la sua dottrina, dunque, è elaborata in virtute habitus non principalis, nempe logici e il docente che insegna artem conficiendi experimentum, doctrinam praebet experimentalem. Che l’experimentum sia lo strumento adeguato per ampliare le nostre conoscenze e, soprattutto, progredi a noto ad ignotum, ciò dipende dalla cura con cui raccogliamo e interpretiamo i dati sensibili. L’esempio delle osservazioni compiute sull’azione benefica che il rabarbaro esercita sulla bile di più di un individuo, serve a spiegare chiaramente il metodo che si deve seguire nel raccogliere e catalogare, in una sorta di tabula presentiae, le esperienze sensibili omogenee e sintomatiche.91

Una volta archiviati i dati sensibili, la facoltà della memoria elabora un’immagine comprensiva dei loro tratti comuni, che Capodivacca chiama, come si è detto, spectrum seu simulacrum.92 Interviene a questo punto l’intelletto, il quale, stimolato dall’immagine che la memoria ha fissato, ne estende e intensifica la funzione denotativa, passando dalla generica somiglianza dei casi esaminati comparativamente, a un enunciato di valore universale. Passaggio importante, perché attribuisce all’experimentum, e non alla ragione, il ritrovamento di quel concetto universale che in ogni campo della teoria e della pratica medica funziona come vero e proprio principium artis.93

Tutto ciò viene a confermare il postulato metodico fondamentale, che cioè una sola è la via che nelle scienze e nelle arti conduce alla scoperta dei rispettivi principi e cause; e che essa non si discosta da quella che ci è immediatamente «naturale»  e che Aristotele ha segnalato nel capitolo iniziale della Fisica: muovendo da ciò che ci è a portata di mano e che conosciamo mediante i sensi, possiamo arrivare, sulla base delle ipotesi che i risultati dell’experimentum hanno indotto, alla formulazione di principi universali.94

Anche per Capodivacca, come sopra si è accennato, rimane salda la distinzione fra la conoscenza razionale e quella ottenuta grazie all’experimentum; vale a dire, fra le elaborazioni finali della scienza e le rappresentazioni della peritia, che consentono di spiegare soltanto le questioni specifiche, all’interno di una determinata disciplina. Infatti, mentre la conclusione scientifica è il risultato dell’apodissi che procede da una proposizione a vario titolo certa e necessaria, la peritia, invece, si forma passando in rassegna e ordinando i risultati provenienti da una serie di approssimazioni induttive. Per il suo costituirsi, la peritia si avvale dell’intervento mediatore dell’experimentum, che dipende in uguale misura dai dati dell’esperienza sensibile e dall’attività dell’intelletto.

Pertanto: così come è utile mantenere separata la doctrina experimentalis dalla teoria che specificatamente versa sui metodi presenti nell’impresa scientifica in senso stretto, è altrettanto necessario saper distinguere la struttura formale della dimostrazione vera e propria –che è opus intellectus– , dall’experimentum che invece è opus sensus, il cui frutto è la peritia. A differenza di quanto è stabilito necessariamente dall’ordo doctrinae, la peritia e l’experimentum si riferiscono e portano chiarezza ad problemata potius singularia in arte, quam ad totam artem.95

Ciò nondimeno, anche se Capodivacca concede che le proposizioni generali elaborate dalla peritia hanno, per comprensione ed estensione, una validità diversa e minore rispetto a quella che compete ai giudizi e alle leggi della scienza, rimane significativo il fatto che, nonostante questa differenza non da poco, spetti alla peritia il compito niente affatto secondario di scoprire ed esporre i principi che servono a certificare le teorie scientifiche e ne regolano l’applicazione pratica.96

Alle soglie del Seicento, la lunga e complessa vicenda che si è tentato di rappresentare cogliendone il significato essenziale, presenta un’improvvisa quanto singolare convergenza fra gli esponenti più in vista delle due maggiori, e reciprocamente ostili,  correnti della cultura universitaria medico-filosofica. Si tratta di una coincidentia oppositorum metodologica in virtù della quale, sul tema della subalternatio, l’atteggiamento del più intransigente dei filosofi aristotelici e avversario incondizionato della fisiologia di Galeno, sembra corrispondere alle tesi di un medico galenista di grande fama e autore di trattati innovativi. Alludiamo a Cesare Cremonini, succeduto nel 1601 a Francesco Piccolomini sulla prima cattedra della filosofia ordinaria; e a Santorio Santorio, ingegno brillante e inventivo, frequentatore di personaggi illustri come Paolo Sarpi e Galileo Galilei, dal 1611 docente primo loco di medicina teorica. Orbene, entrambi, anche se per opposte ragioni, coincidono nel ritenere che la nozione tradizionale di subalternatio, di là delle abituali quanto generiche enunciazioni, abbia esaurito la forza connettiva da essa a lungo esercitata; e che, quindi, risulti pressoché inutile richiamarla in astratto come principio basilare e dirimente.

Se si leggono le lezioni manoscritte e i libri a stampa in cui Cremonini è impegnato a polemizzare aspramente con i colleghi medici –Pompeo Caimo, primo fra tutti–, si ha l’impressione che l’autore abbia scelto di difendere la fisica speculativa, la scientia naturalis per eccellenza, mediante la circostanziata apologia dictorum Aristotelis, su ciascuna delle «questioni di confine»; e che soltanto in questo modo indiretto e puntuale, il primato della disciplina può uscire rafforzato, rintuzzando caso per caso le invasioni di campo  messe in atto dai i medici galenisti. D’altro canto, anche il Santorio si mostra pienamente persuaso che occuparsi della subalternatio della medicina rispetto alla filosofia, rappresenti una perdita di tempo; e per la più radicale delle ragioni: che cioè la subalternatio, almeno in questo caso, oltre che inesistente, è a rigore affatto impensabile.

Naturalmente, anche i Commentaria del Santorio al primo libro del Canone, riflettono il diffuso interesse per le «questioni di confine»: da quella concernente l’identità formale dei composti, a proposito dei quali, accogliendo le dottrine di Tommaso e Duns Scoto, afferma che in essi sopravviene una forma nuova, in sostituzione delle forme dei singoli componenti;97 alla dubitatio se spetti unicamente al filosofo, o anche al medico, la considerazione delle inclinazioni dell’animo;98 cui segue la questione se le passioni dell’anima interessino principalmente il cuore o il cervello, tema sul quale devono intervenire tanto i filosofi, come i medici.99 A proposito del «principato» che il cuore eserciterebbe sugli altri organi, Santorio respinge, con la dottrina aristotelica, anche l’opinione di chi gli era stato rinomato praeceptor, Francesco Piccolomini;100 mentre giudica molto severamente  la separazione introdotta da Avicenna fra il membrum suscipiens et non tribuens e quello tribuens et non suscipiens. L’errata opinione di attribuire al cuore le proprietà che distinguono gli organi del secondo tipo, è un altro effetto, secondo Santorio, dell’influsso esercitato su Avicenna dalla dottrina cardiocentrica di Aristotele, teoria che l’autore reiteratamente respinge.101

In più luoghi, il Santorio appare impegnato ad ampliare il raggio delle competenze che spettano specificatamente ai medici; come quando, ad esempio, d’accordo con Ippocrate e Galeno, ma in polemica ancora una volta con Avicenna, sostiene che spetta al medico dissipare la ridda delle opinioni manifestatesi a proposito della natura e numero degli elementi e temperamenti.102 In relazione al metodo e al tipo di conoscenze di cui il medico dispone,  Santorio esprime la convinzione che in ogni circostanza il medicus non a priori, sed a posteriori incedit; sia quando gli capita di ragionare, almeno per certi aspetti, da filosofo, sia quando deve intervenire come medico curante.103 Nei riguardi poi della distinzione tanto discussa fra medicina teorica e pratica, introdotta da Avicenna, Averroè e dagli autori arabi in generale, il medico di Capodistria opina che essa non sia la più adeguata, proponendo al suo posto quella in cinque parti, per cui l’arte medica è formata dalla fisiologia, nella quale si espone l’intera philosophiam medicam, dalla patologia, la semiotica, la precettistica igienica sanitaria e la terapeutica; quest’ultima parte è, a sua volta, tripartita in chirurgia, farmaceutica e dietetica, secondo insegna Galeno.104

Per ritornare al tema del rapporto gerarchico della filosofia con la medicina, Santorio affronta il problema nella pagina piuttosto sbrigativa della quaestio: An medicina sit subalternata Philosophiae, da integrare con quanto è detto all’inizio dei Commentaria.105 L’autore muove dalla definizione della medicina come «arte» in senso vero e proprio, ovverosia come una delle forme dell’operare tecnico diretto da un complesso di conoscenze ordinate e funzionali. Il punto di vista di Santorio rimanda certamente alla tradizione padovana che dai tempi di Pietro d’Abano e Michele Savonarola aveva privilegiato l’orientamento «pratico» degli studi medici,  ispirandosi a una concezione naturalistica della scienza, aliena da ambizioni speculative, come Tiziana Pesenti e Giuseppe Ongaro hanno puntualmente illustrato. Conviene precisare, tuttavia, che la sottolineatura così cara al Santorio degli aspetti operativi della medicina, va probabilmente valutata anche sullo sfondo di quelle novità dottrinali e di metodo cui si è fatto qui continuo riferimento, e che segnarono profondamente la formazione accademica e l’attività professionale del medico nel ‘500.

Ritornando alla definizione della medicina come «arte» vera e propria, è da dire, in primo luogo, che essa, agli occhi di Santorio, doveva bastare da sola a mostrare l’insostenibilità della concezione tradizionale dell’unità del sapere, all’interno della quale la medicina occupava la posizione più prossima alla fisica speculativa e ad essa immediatamente subalternata. A questa prima critica d’ordine generale, segue di rincalzo la dimostrazione che nessuna delle condizioni contemplate, più che da Aristotele, dai suoi interpreti e seguaci, al fine di giustificare una gerarchia del sapere di questo tipo, ha effettivamente luogo riguardo alla filosofia e medicina.

Come sappiamo, nel corso del Cinquecento, le condizioni erano conosciute soprattutto secondo l’elenco stillato da Mainetto Mainetti, professore all’università di Pisa. Anche se non manca di nutrire qualche dubbio sulla natura rigorosamente scientifica della medicina, Mainetti osserva che tre sono le condizioni previste da Aristotele perché possa darsi tra due discipline una relazione di subalternatio: requiritur, prima di tutto, che il subiectum dell’una sussista sub subiecto dell’altra; quindi, oportet subiectum inferioris scientiae addere subiecto superioris accidentalem differentiam; infine, opus est ut conclusiones superioris scientiae sint principia inferioris. In realtà, questa terza condizione –che cioè le conclusioni della scienza superiore valgano come assiomi dell’inferiore–  è l’unica che figura esplicitamente nel passo aristotelico che Mainetti cita;106 le altre due condizioni, invece, sono dette evidenti e comunemente riconosciute107.

Dall’intreccio di queste considerazioni, è chiaro che in senso stretto medicinam in suis terminis non esse scientiam, precisamente perché, essendo scienza subalternata, non può dare piena spiegazione causale dell’oggetto che studia: et in proprias causas non resolvat sua theoremata, quoniam causae sunt altioris scientiae, ut naturalis philosophiae.

Intorno a quest’aspetto affatto centrale dell’intera questione, Santorio procede con rigore analitico. In via preliminare, egli contesta l’assioma in base al quale le conclusioni della filosofia naturale dovrebbero valere in medicina come principi indiscussi, tali cioè da non richiedere ulteriori conferme; in realtà, accade spesso –osserva Santorio– che il medico non sia disposto ad accogliere senza riserve le conclusioni che il filosofo naturale ha dedotto, per esempio, intorno all’esistenza e al numero degli elementi, delle facoltà e degli umori; e preferisca, invece, accertarne per proprio conto la verità, mediante dimostrazioni a priori e a posteriori da lui stesso adibite all’occorrenza.

D’altro canto, neppure è dato verificare la seconda delle condizioni richieste – che cioè il subiectum della disciplina subalternante permanga identico nel passaggio alla subalternata.108 Ciò che si denomina «oggetto» di una determinata scienza, infatti, può essere inteso in due modi: o genericamente, come l’argomento circa quod versa la disciplina in parola; oppure, con più precisa determinazione, come quod constituit artem e ne segnala la specifica ratio formalis. Nel nostro caso, se in base alla prima accezione è possibile affermare che il corpus humanum è, in un certo enso, il soggetto circa quod della medicina, ciò non basta affatto a designarne il subiectum specifico e non è, pertanto, sufficiente a distinguere la scienza medica dalla filosofia naturale. Nella seconda accezione del subiectum, in cambio, la ratio formalmente costitutiva della medicina è rappresentata dal fine che essa persegue; ma siccome la medicina appartiene propriamente alla classe delle artes e si differenzia dalle altre «arti» in ragione dello scopo particolare cui essa mira, la ragion d’essere della medicina consiste necessariamente  in una specifica operatio sive opus   aliquod. Sebbene il Santorio conceda, infatti, che il fine remoto della medicina  possa  espresso genericamente dalla nozione di sanitas, in realtà, osserva, il fine prossimo e caratteristico dell’arte medica è rappresentato da quel peculiare  e tecnicamente attrezzato «fare» che si dirige al bene curare humanum corpus, prout possibile est, e che si risolve, in ultima analisi, in inventione remediorum.

È essenziale, dunque, che la medicina venga riconosciuta nella sua condizione di ars factiva – per quanto non possa essere resarcitiva e dunque nihil facit de novo: utinam medicina posset brachium, oculum, vel aliud membrum vivum de novo efficere. Ciò che la qualifica, pertanto, è l’insieme delle tecniche che rientrano nell’orizzonte operativo dell’ars medica; mentre ciò che definisce la filosofia, in quanto  è scientia, è la pura contemplazione dei principi e cause dell’essere.109

Con quest’ultima considerazione appare chiaro che neppure la terza e ultima delle condizioni richieste dal paradigma della subalternatio –e cioè che le discipline interessate abbiano in comune, oltre al subiectum, il medesimo modus considerandi– si verifica nel caso della filosofia e della medicina. Non è possibile, infatti, che il modo di procedere del «fisico» aristotelico che studia il corpo umano nella sua essenza, per dimostrarne apoditticamente le proprietà necessarie, sia identico a quello adottato dai medici, i quali, invece, considerano il corpo solo in quanto  ente naturale sanabile. Il medico, infatti, procura di conoscere la fabrica del corpo non per «contemplarla», ma per intervenire su di essa, al fine di custodirne e temperarne la salute; ovvero, quando sia necessario, di recuperarla, adoperando ogni mezzo che l’ingegno umano è riuscito a scoprire, su consiglio di una ragione finalisticamente «operativa».110

Notas:

1 Versione integrale della relazione presentata al convegno su «Girolamo Mercuriale e lo spazio scientifico e culturale europeo del ‘500», tenutosi a Forlì (Italia), 8-11 novembre 2006.

2  Per l’inquadramento generale dei testi della «disputa delle art», valgano i contributi di Lynn Thorndike, Science and Thought in the Fifteenth Century, New York, Columbia University Press, 1929, pp. 24-58 (il cap. II: Medicine versus Law, riprende quanto l’a. aveva già esposto in «Romanic Review», XVII, 1926, pp. 8-31) e di Eugenio Garin, L’umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel rinascimento, Bari, Laterza 1952, pp. 27-50; in aggiunta, le osservazioni di Paul O. Kristeller, Il Petrarca, l’umanesimo e la scolastica, «Lettere italiane», VII, 1955, pp. 367-388; ID., Humanism and Scholasticism in the Italian Renaissance, in Studies in Renaissance Thought and Letters, Roma, Edizioni di storia e letteratura 1956, pp. 553-583; ID., Philosophy and Medicine in medieval and Renaissance Italy, Boston, Reidel 1978. Per i testi, v. le edd., a cura di E. Garin, presso l’editore Vallecchi, di Coluccio Salutati, De nobilitate legum et medicinae. De verecundia, Firenze 1947 e La disputa delle arti nel Quattrocento. Testi editi ed inediti..., Firenze 1947. Sia consentito segnalare le integrazioni di Giulio F. Pagallo, Nuovi testi per la ‘disputa delle arti’ nel Quattrocento: la «Quaestio» di Bernardo da Firenze e la «Disputatio» di Domenico Bianchelli, «Italia medioevale e umanistica», II, 1959, pp. 467-481.

Il suo scritto De praestantia philosophi et jurisconsulti è conservato dai mss. Add. 27580, ff. 88 r-73 r, del British Museum di Londra; e Estense á J. 25 (lat. 343), di Modena, Biblioteca Estense (su quest’ultimo cod., cfr. Antonio Rotondò, Domenico Bianchelli, «Rinascimento», XI, 1960, n. 2, pp. 301-303). 

4 Nicoletto Vernia, Quaestio est an medicina nobilior atque praestantior sit iure civili, in:La disputa delle arti nel Quattrocento. Testi editi ed inediti cit., pp. 109-12.

5 Rimangono, oltre che arguti, criticamente fondamentali gli articoli di Bruno Nardi, La miscredenza e il carattere morale di Nicoletto Vernia e Ancora qualche notizia e aneddoto su Nicoletto Vernia, in Id., Saggi sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI, Firenze, Sansoni 1958, pp. 95-114 e 115-126 rispettivamente; un accurato sguardo d’insieme sul Vernia, nell’art. di Edward P. Mahoney, in Routledge Encyclopedia of philosophy, IX, London-New York, s.a., 1998, pp. 596-599.

6 Continua a essere questo, entrati nel ‘600, il motivo conduttore del De nobilitate medici contra illius obtrectatores. Dialogus tripertitus, edito a Venezia, «apud Robertum Meiettum», nel 1605, dall’esuberante Ippolito Obizzi, avversario accanito del medico di fama Santorio Santorio (sul quale, v. più sotto); cfr. l’Introduzione di G. Ongaro all’ed. di Santorio Santorio, La medicina statica, Firenze, Giunti 2001, pp. 41-42 e 47.

7 C. Dionisotti, Ermolao Barbaro e la fortuna di Suiseth, in Medioevo e Rinascimento. Studi in onore di Bruno Nardi, I, Firenze, Sansoni 1955, p. 228

8 Conviene seguire il ragionamento che il Vernia sviluppa per stabilire la relazione di subalternatio che la medicina ha nei confronti della «fisica» e, nello stesso tempo, distinguere il lato scientificamente rilevante della medicina, da quello, per così dire, tecnico. Per quanto riguarda il primo aspetto, funge il criterio in base al quale «illa scientia quae subalternatur scientiae nobiliori, est nobilior; medicina est huiusmodi; ergo etc. Tenet consequentia cum maiori, quia subalternata recipit subiectum suum et principia a subalternante. Minor vero est per se nota; subalternatur enim medicina philosophiae naturali, ut in libello de sensu et sensato colligitur» (ed. cit., p. 113). Tuttavia, affinché la medicina possa apparire del tutto superiore rispetto alla giurisprudenza, è necessario introdurre il seguente chiarimento: «Haec conclusio [che la episteme medica sia superiore alla pratica giuridica] habet duas partes: pro declaratione primae est notandum quod medicina dupliciter sumitur: uno modo pro habitu scientifico per demonstrationem acquisito, seu illa demonstratio sit quia vel propter quid […]. Verum tamen est quod ut plurimum procedit a posteriori, ut etiam contingit in scientia naturali; et sic sumendo medicinam, ipsa est naturali scientiae subalternata, a qua sua accipit principia. Nam naturalis principia sanitatis et aegritudinis habet considerare, cum consideret eius subiectum quod est corpus vivum; habet etiam principia talis subiecti considerare. Illa autem quae sunt principia subiecti, sunt principia passionis eius. Et hoc est quod Philosophus inquit in libello de sensu et sensato circa principium: plurimi medicorum, qui scilicet magis philosophice artem medicinae prosequuntur, non solum experimentis utentes, sed causas inquirentes, incipiunt medicinalem considerationem a naturalibus». (ivi, p. 117).

9 Ennio De Bellis, La medicina nel pensiero di Nicoletto Vernia: metodologia, logica e scienza medica nella Scuola di Padova del XV secolo, «Bollettino di storia della filosofia dell’Università degli studi di Lecce», XII, 1996/2002, p. 247; a integrazione di quanto l’a. osserva a proposito del regressus demonstrativus – di cui non si fa menzione nella quaestio sulla medicina–  è opportuno ricordare che proprio al regressus il Teatino dedica una quaestio molto importante –  ma la più recente letteratura critica sembra non essersene accorta - nel commento (ancora inedito) al primo libro degli Analitici posteriori (Oxford, Bodleian Library, ms. Canon. lat. Misc. 506, f. 224r ss. (la descrizione del cod. in Henry Octavius Coxe, Catalogi Codd. mss. Bibl. Bodleianae, III, Oxford 1854, p. 819). Dal testo si ricavano, fra l’altro, alcune informazioni, da aggiungere alle poche già note sul tomista domenicano Francesco Securo da Nardò, professore a Padova: cfr. Giulio F. Pagallo, Sull’autore (Nicoletto Vernia?) di un’anonima e inedita «quaestio» sull’anima del sec. XV, estratto dal vol.: La filosofia della natura nel Medioevo. Atti del III Congresso internazionale di filosofia medioevale (31 agosto – 5 settembre 1964), Milano Vita e pensiero 1966, pp. 670-682; e Id., Di un’inedita «Expositio» di Nicoletto Vernia «In posteriorum librum priorem», in Aristotelismo veneto e scienza moderna, II, Padova, Antenore 1983, pp. 813-842; v. inoltre, l'art. (ricordato più sopra, alla n. 12) che Mahoney ha dedicato a Nicoletto Vernia; anche le pur lodevoli indicazioni sul «demonstrative Regress» di Nicholas Jardine, Epistemology of Sciences, in The Cambridge History of Renaissance Philosophy cit., pp. 686-693, sembrano ignorare la quaestio de regressu del Vernia.

10 Vernia, Quaestio an medicina cit. p.118: «Istam medicinam habent medici rationales, qui scilicet sunt boni philosophi naturales, quibus honos maximus debet exhiberi. Sunt enim sicut dii terrestres; unde ... quid nos rationalibus medicis, et praesertim aetate nostra medicorum principi et integerrimo philosopho Gerardo Bolderio Veronensi facere deberemus? certe toto terrarum orbe ipsius nomine statua aurea dicari deberet». Gerardus Bolderius figura come editore, assieme a Jacobus de Vitalibus, dei Consilia medica di Bartolomeo Montagnana. Su quest’ultimo, «professore di medicina teorica straordinaria nel 1422 e di pratica ordinaria dal 1434 al 1441 (o ’44)» nello Studio di Padova, e sui Consilia, stampati a Venezia nell’agosto del 1499, Giuseppe Ongaro, La medicina nello Studio di Padova e nel Veneto [Estratto], in: Storia della cultura veneta. 3/III: Dal primo Quattrocento al Concilio di Trento, Vicenza, Neri Pozza Editore 1981, p. 79, osserva: «I Consilia di Bartolomeo Montagnana, che comprendono trecentocinque storie di malattie, costituiscono il più importante esempio di tale genere, e in essi il consilium raggiunge la sua forma più completa ed elaborata [...] tanto che in molti di essi è possibile trovare gli elementi per una diagnosi retrospettiva; numerose e pregevoli sono le osservazioni personali, specialmente in quelli di pertinenza chirurgica». Sull’allievo del Montagnana Gerardo Bolderio, v. ivi, p. 133; v. inoltre la scheda d’archivio di S. Reymond Munari, La stampa dei «Consilia» di Bartolomeo Montagnana e dei «Consilia» di Angelo Ubaldi in due contratti del 1475, «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», vol. 13,1980, pp. 182 ss.

11 Giacomo Filippo Tomasini, Illustrium virorum Elogia iconibus exornata, Patavii, apud Donatum Pasquardum, & Socium, 1630, pp. 137 e 209

12  Lavinia Prosdocimi, I manoscritti cremoniniani della Biblioteca universitaria di Padova, in Cesare Cremonini. Aspetti del pensiero e scritti. Atti del Convegno di Studio – Padova, 26-27 febbraio 1999, II, Padova, Accademia Galileiana di scienze lettere ed arti 2000, pp. 95 e 99. Dell’operetta cremoniniana, con la collaborazione della prof.ssa Antonella D’Alessandro, è in corso di preparazione una nuova edizione sulla scorta dei quattro mss. conosciuti, in sostituzione di quella fornita da H.c. Kuhn, Venetischer Aristotelismus im Ende der aristotelischen Welt cit., pp. 622 – 668, dagli esiti, a dire il vero, non sempre felici e affidabili. 

13 Cesare Cremonini, Apologia dictorum Aristotelis de origine, et principatu membrorum adversus Galenum, Venetiis, apud Hieronymum Piutum ad Signum Parnasi,1627, c. 170; nel Dictatum xliv, a proposito del quesito An dentur membra principalia in animali, l’autore cita alla lettera un passo del Canone I:1, dove si dice che «determinationem huius quaestionis non esse Medici, sed Philosophi; verba Avicennae sunt ista: Medico autem in quantum Medicus non attinet, ut consideret, quae sit harum duarum sententiarum veritas, sed illud considerare Philosophus, ut Physicus debet» (v. di qualche anno anteriore, la redazione del ms.1011 della Biblioteca universitaria di Padova (v. L. Prosdocimi, I manoscritti cremoniniani cit., pp. 61-64), Lectio 5a [nella seconda serie di lezioni], f. 147r). Ma cfr. anche la c. 185 del libro a stampa: «In memoria autem habendum est, quod dicit Avicennas hanc determinationem de numero membrorum principalium esse Philosophi, non autem Medici. Quocirca  nos non egrediemur in hac disputatione terminos Philosophicos». Per il diverso significato che i riferimenti all’opera di Avicenna acquistano nella cultura universitaria del Cinquecento, con lo scopo di contrastare o accogliere i punti di vista del galenismo moderno e umanista, si rinvia al contributo esemplare di Nancy G. Siraisi, The changing fortunes of a traditional text: goals and strategies in sixteenth-century Latin editions of the «Canon» of Avicenna, in The medical renaissance of the sixteenth century cit., p. 16-41. Sul principio: Ubi desinit physicus, ibi medicus incipit, v. i rilievi importanti di Schmitt, Aristotle among the physicians in The medical renaissance of the sixteenth century, edited by A. Wear, R.K. French and I.M. Lonie, Cambridge, Cambridge University Press 1985, pp. 1-15 (trad. it.: L’Aristotele dei medici, in Filosofia e scienza nel Rinascimento. A cura di Antonio Clericuzio. Postfazione di Charles H. Lohr, La Nuova Italia, Milano 2001, pp. 85-111), anche se alla nota 40 (p. 276), l’a. giudica che Cremonini non abbia mai mostrato speciale interesse a discutere il nesso che lega la medicina alla «fisica».  

         14  Padova, Biblioteca universitaria, ms. 200/2 (v. Prosdocimi, I manoscritti cremoniniani cit., pp. 45-55; la descrizione interna del cod. è a cura di Pietro Gnan), f. 173v: «[...] quia singulus artifex versatur circa unum genus tanquam forma et non debet cognoscere materiam, nisi prout ordinatur ad talem formam; unde medicus cognoscit sanguinem et caetera, non simpliciter –  hoc enim attinet ad philosophiam naturalem–  sed pro tanto ista scit medicus, pro quanto subalternatur naturali; sed cognoscit quantum ad suam artem ista omnia solummodo usque ad aliquod, idest prout referuntur et ordinantur ad sanitatem, quae est illa forma quam ipse primo considerat». Maria Assunta Del Torre, Studi su Cesare Cremonini. Cosmologia e logica nel tardo aristotelismo padovano, Padova, Editrice Antenore, 1968, pp. 96-97 e 148, ha richiamato le due quaestiones: de divisione scientiae in practicam et speculativam (ff. 404-417), e de divisione scientiae in subalternatam et subalternantem (ff. 418-424), con cui si chiude la trattazione di logica del Cod. Lat.16626, della Bibliothèque Nationale di Parigi; e ha notato la corrispondenza, «con una certa puntualità, a quelle osservazioni che in Logica sive dialectica sono preposte all’analisi del testo aristotelico» (p. 97). Si tratta dell’ed. postuma di Cesare Cremonini, Dialectica (Logica sive dialectica), Venetiis, apud Guerilios, 1663; il cui testo, peraltro, coincide con quello dell’Introductio in logicam Aristotelis, cioè il corso di lezioni che Cremonini tenne, alla fine del ‘500, presso l’abbazia padovana di Santa Giustina: cfr. il ms. 2075, ff. 1r-136r, segnalato più sopra.

15  Cremonini, Apologia .. de origine, et principatu cit., Dictatum L, c. 193: «Contendunt igitur Medici fieri non posse, ut sit unica pars principalis, sed esse necessarium omnino, ut sint plures; et Moderni ad hoc deveniunt, ut dicant rationes Aristotelis, et Peripateticorum esse persuasibiles, et probabiles, non autem necessarias; rationes autem Medicorum esse demonstrationes, cum tamen Conciliator dicat oppositum».

16  Naturalmente, non si vuol dire che tale giudizio rappresenta il pensiero autentico di Galeno; ci si limita a far presente le critiche che gli aristotelici padovani mossero concordemente al galenismo dei colleghi medici. Per usare le parole efficaci di Owsei Temkin, Galenism.Rise and Decline of a Medical Philosophy, Ithaca and London, Cornell University Press 19742, p. 156: «the above sketch, simplified as it is, does not reflect a coherent, well-articulated theory of Galen’s. It is an artifact of the historian who wishes to contrast», in questo caso, la dottrina fisica degli aristotelici padovani con la dottrina di Galeno e dei medici galenisti. Secondo Giacomo Zabarella, De rebus naturalibus libri xxx, editio tertia, Coloniae, sumptibus Lazari Zetzneri, 1597, col. 739 C-F, l’ insolubile argumentum con cui Galeno cercava di provava una visione policentrica della fisiologia, in contrasto con Aristotele e i peripatetici, era volto «ad demonstrandum tria esse praecipua membra et tres trium specierum animae sedes», vale a dire cervello, cuore e fegato. Sulle posizioni di Zabarella, cfr. Ch. B. Schmitt, Aristotle among the physicians cit., pp. 7-10 (Filosofia e scienza nel Rinascimento cit., pp. 99-102). Al riguardo, Francesco Piccolomini osserva nel cap. vi del de sede animae, che apre la quinta parte dei Librorum ad Scientiam de Natura attinentium, Venetiis, apud Franciscum de Franciscis Senensem, 1596, c. 4r, che il triadismo di Galeno non è distante, in un certo senso, dalle tesi platoniche: «Galenus ex Philosophis praesertim sequutus est Platonem [...] Existimavit Galenus [...] facultatem nutrientem esse temperamentum Hepatis, Irascentem et vitalem Cordis, de rationali primo ait nil certi se habere, quod adversus Platonem proferat, in progressu tamen ostendit eam esse temperamentum cerebri. Insuper in septimo de Placitis Hippocratis et Plat., cap. 3, inquit: unum Principium est in capite [...] Alterum principium in corde est [...] Tertium principium, terciaque facultas est in iecore [...] Ex his constat opinio Galeni, quem in parte sequitur Avicenna, sequuntur et alii multi, qui tribus relatis principalibus membris quartum addunt: nempe testes, pro servanda specie, de quo dissentiunt a Plat. Qui inter principalia membra nullibi testes numeravit». Anche Cremonini, A incominciare dalla Quaestio utrum animi mores sequantur corporis temperamentum (ed. di H.c. Kuhn, Venetischer Aristotelismus cit., p. 631), afferma che secondo Galeno «partes animae [animalis] proprie et formaliter animatae sunt in homine exempli gratia tres tamen[tantum], cerebrum in quo est anima ratiocinatrix [...]; secunda pars formaliter animata est cor in quo est irascibilis [...]: tertia pars est iecur, in quo est concupiscibilis [...], iste sunt partes in quibus formaliter est animatio, et anima in illis nihil est aliud, secundum Galenum quam temperamentum ipsarum». Nell’Apologia dictorum Aristotelis de origine et principatu membrorum (Dictatum XLIX, c. 189-190 dell’edizione del ’27), l’a. ripete che Galeno «inquit nonnullas partes esse principalia quaedam, et inquit tales partes esse cerebrum, cor, hepar, et testiculos, in quibus partibus non habemus hanc condictionem, quod sit aliqua, quae det, et non recipiat». Tuttavia, dato che Galeno non afferma esplicitamente che una sola delle parti è, comunque, la principale e, come tale, superiore alle altre, i medici ritengono «esse illam impossibilem», dando mano a un gran numero di spiegazioni: «habent igitur multas descriptiones partis principalis, in quibus saepe sunt mutationes verborum tantum. Unusquisque enim accipit prout accomodantur suae positioni».

17  Santorio Santorio, Commentaria in Primam Fen Primi libri Canonis Avicennae...,Venetiis, apud Marcum Antonium Brogiollum, 1646, coll. 405 E –  406 A; il passo si legge all’interno della Quaestio XLIV: An bilis sit calidior sanguine.

18  Cesare Cremonini, Expositio in III libros De anima (Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 1610: cfr. Prosdocimi, I manoscritti cremoniniani cit., pp. 81-90; la descrizione interna del cod. è a cura di Pietro Gnan); a f. 61r: «Corpus potentia vitam habens, nihil aliud est quam corpus instrumentarium»; f. 64r: «corpus animatum non est instrumentarium nisi per animam», e a f. 64v: «anima causa cur corpus sit instrumentale». Tornano ancora utili le osservazioni di Léopold  Mabilleau, Étude historique sur la philosophie de la Renaissance en Italie (Cesare Cremonini), Paris, Librairie Hachette 1881, p. 314; secondo lo storico l’opinione di Cremonini era categorica: l’anima è causa del corpo vivente ed è principio che ne determina la natura di organismo. Cremonini, tuttavia, non è materialista in senso rigoroso; egli sembra piuttosto aderire all’opinione di Simone Porzio e di Giacomo Zabarella, i quali vedevano nell’anima non solamente l’entelechia, vale a dire il principio della perfezione organica, ma più profondamente la forza spontanea che guida sin dall’inizio processo di formazione ell’organismo.

19 Dionisotti, Ermolao Barbaro e la fortuna di Suiseth cit., p. 244

20 Sul Capodivacca, v., Giuliano Gliozzi, s.v., in Dizionario biografico degli italiani, 18, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana 1975, pp. 649-651. Per le controversie in materia di logica in ambiente universitario, cfr. PIetro Ragnisco, Una polemica di logica nell’Università di Padova nelle scuole di Bernardino Petrella e di Giacomo Zabarella, in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti», 6 – IV (1885-1886), pp. 463-502. Per l’inquadramento storico, si rimanda ai lavori classici di Ernst Cassirer,  Das Erkenntnisproblem in der Philosophie und Wissenschaft der neuren Zeit. 1, in ID., Gesammelte Werke. Band 2, Text und Anmerkungen berbaitet von Tobias Berben, Hamburg, Meiner 1999, pp. 113-120 (trad. it. di Alberto Pasquinelli: ID., Storia della filosofia moderna. Il problema della conoscenza nella filosofia e nella scienza, I 1, Torino, Einaudi 1978, pp. 162-171; John H. Randall Jr., The school of Padua and the emergence of modern science, Padova, Antenore 1961; v. inoltre: William F. Edwards, Randall on the development of scientific method in the School of Padua: a continuing appraisal, in Naturalism and historical Understanding, ed. J.P. Anton, Albany, State University of New York Press 1967, pp. 53-68; ID., Paduan Aristotelianism and the Origin of Modern Theories of Method, in: Aristotelismo veneto e scienza moderna, a cura di Luigi Olivieri, Padova, Antenore 1983, I, pp.206-20; ID., Nicolò Leoniceno and the origins of humanist discussion of method, in Philosophy and Humanism. Renaissance Essay in honor of P. O. Kristeller, ed. Edward P. Mahoney, Leiden, Brill 1976, p. 283-305; Neal W. Gilbert, Renaissance concepts of method, New York, London, Columbia University Press 1960; Wilhelm Risse, Die Logik der Neuzeit, 1: 1500-1640, Stuttgart - Bad Cannstatt, F. Frommann 1964; ID., Zabarellas Methodenlehre, in Aristotelismo veneto e scienza moderna cit., I, pp. 155-186; Giovanni Papuli, Girolamo Balduino: ricerche sulla logica della Scuola di Padova nel rinascimento, Lacaita, Manduria 1967; ID., La teoria del «regressus» come metodo scientifico negli autori della Scuola di Padova, in Aristotelismo e scienza moderna cit., I, pp. 221-277; William Wightman, Quid sit Methodus? «Method» in Sixteenth Century Medical Teaching and «Discovery», «Journal of the History of Medicine and Allied Sciences», 1964, XIX, n. 4, pp. 360-376; Angelo Crescini, Le origini del metodo analitico: il Cinquecento, Udine, Del Bianco 1965; ID., La teoria del «regressus» di fronte all’epistemologia moderna, in Aristotelismo e scienza moderna cit., II, pp. 575-590; Antonino Poppi, Pietro Pomponazzi tra averroismo e galenismo sul problema del «regressus», Firenze, La Nuova Italia 1969; ID., La dottrina della scienza in Giacomo Zabarella, Padova, Antenore 1972; Francesco Bottin, La teoria del regressus in Giacomo Zabarella, Padova, Antenore 1972.

21 Si segnala per la ricchezza delle informazioni e le annotazioni critiche il contributo di Vivian Nutton, Humanist surgery, in The medical renaissance of the sixteenth century cit., pp. 75-99.

22 William A. Wallace, Traditional natural philosophy, in The Cambridge History of Renaissance Philosophy. Gen. Ed. Charles B. Schmitt. Quentin Skinner, Eckhard Kessler (eds.), Jill Kraye (assoc. Ed.), Cambridge, Cambridge University Press 1988, p. 205: «Just as Galileo claimed for himself the title of philosopher as well as of mathematician, so physicians in the late Middle Ages and the Renaissance saw themselves as both philosophi and medici, with their university degrees qualifying them in this way. Such an orientation did more than advance the study of herbs and materia medica. It led to refined observation in analysing symptoms, to contrasting methods used by Aristotle and Galen when identifying the principal organs of the human body and to the study of such organs through the practice of surgery and accurate pictorial representation»

23 Massimo Rinaldi, «Compendia vel potius dispendia». Girolamo Mercuriale e gli strumenti della formazione medica, «Rivista di Medicina & Storia» cit., VI, 2006, 11, p. 47: «la pubblicistica in difesa del medico, allora, assume in molti casi i tratti del consilium de medico instituendo, mentre il genere tradizionale dell’encomium medicinae, da esibizione retorica di una consolidata topica intorno all’eccellenza dell’arte, tende a farsi indagine serrata sulle concrete possibilità di gestione della complessità disciplinare attraverso un programma di studi coerente e innovativo, cui ormai si chiede di tener conto non solo della pluralità dei saperi che concorrono alla formazione del medico, ma anche dello straordinario aumento delle acquisizioni testuali determinato dalla conoscenza diretta delle opere antiche e dall’affermazione della stampa». In questa prospettiva, viene preso in considerazione il De modo studendi di Girolamo Mercuriale (pp. 49-53).

24 Giovanni Battista Da Monte, Medicina universa ... ex lectionibus eius, caeterisque opusculis, tum impressis, tum scriptis collecta, … studio et opera Martini Weindrichii, Francofurdi, apud Andreae Wecheli heredes 1587, p. 97: «Nam probare, quod sit [il corpo umano] est philosophi munus, qui causas corporum principiaque inquirere et determinare debet; et propterea bene dicit Aristoteles in lib. de sens. et sensil. medicum incipere, ubi desinit philosophus».

25 Schmitt, Aristotle among the physicians, in The medical renaissance of the sixteenth century cit., p. 12.

26  Su Montano, medico famoso, allievo di Pietro Pomponazzi e Nicolò Leoniceno, v. Maria Muccillo, s.v., in Dizionario biografico degli italiani, 32, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana 1986, pp. 365-367; e, da ultimo, la nota bio-bibliografica pubblicata da Giuseppe Ongaro, in Dictionary of medical biography, edited by William F. Bynum and Helen Bynum, II, Westport, Greenwood Press, 2007, p. 394. Per una presentazione d’insieme del pensiero di Zabarella e della bibliografia, v. le «voci» di Eckhard Kessler, in Routledge Enciclopedia of Philosophy, 9, London and New York, Routledge 1998, pp.836-839; e di William F. Edwards – Giacomo Feltrin, in Enciclopedia filosofica, 12, Milano, Fondazione Centro studi filosofici Gallarate - Bompiani 2006, pp. 12453-12455. Su Cremonini, v. Charles B. Schmitt, s.v., in Dizionario biografico degli italiani, 30, Roma, Istituto italiano della Enciclopedia italiana 1984, pp. 618-622; Heinrich C. Kuhn,Venetischer Aristotelismus im Ende der aristotelischen Welt. Aspekte der Welt und des Denkens des Cesare Cremonini (1550-1631), Frankfurt a. Main, Peter Lang 1996; Michele Schiavone, s.v., in Enciclopedia filosofica cit., 3, pp. 2418-2419. Sono importanti le considerazioni che Schmitt presenta su Aristotle among the physicians cit.; giovandosi delle indicazioni proposte da Crescini, Le origini del metodo analitico cit., e Wightman, Quid sit Methodus? cit., annota che «con da Monte e degli Oddi, così come con vari altri autori che ho menzionato, questo principio si presenta legato ad un altro breve ma significativo passo contenuto nei Parva naturalia», anche se molto si è discusso «per stabilire come e dove questo passo debba essere collocato nell’ambito del Corpus aristotelico». In ogni caso, «quest’opera illustra la fusione di temi medici e filosofici e, insieme ad alcune opere di da Monte che trattano questioni metodologiche richiede certamente ulteriori indagini prima che si possa valutare il suo ruolo nel pensiero medico e filosofico del Cinquecento» (pp. 105-107 della trad. it.). Si vedano tuttavia i rilievi avanzati da Giuseppe Ongaro, L’insegnamento clinico di Giovan Battista Da Monte (1489-1551). Una revisione critica, «Physis», XXXI, 1994, n.s., vol.. 2, pp. 357-369.

27  È noto, d’altra parte, che questi regolamennti e statuti avevano alle spalle una lunga tradizione che inizia con la scuola medica di Salerno e prosegue nel sec. XII, trovando poi grande sostegno nelle università italiane, Bologna in testa. Come ha osservato Paul O. Kristeller, Philosophy and Medicine in Medieval and Renaissance Italy, in: Organism, Medicine, and Metaphysics, Stuart F. Spicker (ed.), Dordrecht, D. Reidel Publishing Co. 1978, pp. 32 e 34 (Reprint): «The concept that an adequate training in medicine involved theory as well as practice, and that medical theory was based on natural philosophy or even a part of it, was widely defended and adopted […] The second feature that distinguishes the structure of Bologna and of the other Italian centers from those of the North is the fact that the arts and philosophy did not constitute a sweparate faculty but formed  a single faculty together with medicine».

28 «Una convergenza di istanze di provenienza filosofica e naturalistica, oggettivistica, si attua

proprio in Padova e trova il suo migliore interprete in Vesalio: da un lato un processo di critica interna giunto a compimento, quasi una specie di fenomeno di soprasaturazione, e dall’altro un ambiente spiccatamente adatto ad accogliere questa manifestazione di maturità dello spirito e della tecnica e a farle da sfondo»: Loris Premuda, Il significato del soggiorno padovano di Andrea Vesalio, «Acta Medicae Historiae Patavina», X, 1963-64, p. 129.

29 Da Monte, Medicina universa ... cit., p. 108: «maxima oritur quaestio, quaenam sit causa efficiens rerum omnium, quae in hoc orbe sublunari per mixtionem generantur, in qua quidem controversia aliter Theologi, aliter Philosophi et Medici respondent. Ego quae de ea quaestione brevissime dicturus sum, ea ut Peripateticus et Medicus dicam; nam si Theologice haec explicare voluero, totum fere oppositum dixero. Nihil autem existimo deterius esse in Philosophia, quam cum hac Theologiam velle permiscere, neque quenquam vidi recte philosophari, qui Theologiam cum Philosophia permiscuisset. Hinc est quod omnes Scotistae et Thomistae, dum omnia permiscent, omnia perturbant, saepissime etiam a vera Peripateticorum via aberrent; hinc et Avicenna in infinitos prope errores incidit. In hac igitur quaestione duae fuerunt opinioners apud Philosophos. Prima omnium Arabum, praeter Averroem, qui solus cum Graecis sensit, unusque omnium in veritate Arabibus omnibus praeponderat. Altera Graecorum [...]».

30 Heikki Mikkeli, An Aristotelian Response to Renaissance Humanism. Jacopo Zabarella on the Nature of Arts and Sciences, Helsinki, SHS 1992, p. 146.

31 Giacomo Zabarella, Liber de naturalis scientiae constitutione, Venetiis, apud Paulum Meietum, 1586, c. 120: «ob id eam ego puto esse rationem cur dicat Aristoteles tractationem de sanitate et aegritudine esse quodammodo in confinio scientiae naturalis, et artis medicae, et in ea desinere naturalem scientiam, ab ea vero medicam artem exordium sumere». Su questo aspetto del pensiero di Zabarella, v. Heikki Mikkeli, The foundation of an autonomous natural philosophy: Zabarella on the classification of arts and sciences, in Daniel A. Di Liscia, Eckhard Kessler, Charlotte Methuen (eds.), Method and Order in Renaissance Philosophy of Nature. The Aristotle Commentary Tradition, Aldershot-Brookfield (USA), Ashgate 1997, pp. 211-228; sulla epistemologia zabarelliana, cfr. A. Poppi, La dottrina della scienza in Giacomo Zabarella cit.

32 Giovanni Battista Da Monte, In Primi libri Canonis Avicennae Primam Fen, profundissima Commentaria ... Iano Mathaeo Durastante medico ac philosopho Sanctoiustano oculatissimo ac diligentissimo censore, Venetiis, in aedibus Vincentij Valgrisij et Balthassaris Costantini, 1558 , pp. 539: «Inter Aristotelem, Galenum, et medicos, igitur, non est tanta discrepantia, quantam aliqui putant, sed pauca quidem est; magna tamen videtur propter nostram ingenii debilitatem, non bene contemplantis opinionem illorum insignium Virorum; et notetis quod etiam Galenus ex suis principiis (velit, nolitve), dicit idem quod Aristoteles».

33 Ivi, p.538 : «Dicit enim quod si accipiamus rem secundum sensum, verior erit opinio medicorum; si vero medullitus et secundum rationem, verior opinio philosophorum; quamobrem dicimus pro philosophis, quod non est aliquod membrum quin accipiat et tribuat, et non indigeat nutrimento; et non intelligatis de nutrimento sicut aliqui moderni, sed de virtute. Medici igitur dicunt: videmus nos nervum devenire a cerebro per pericardion, et inferi in cor sensibiliter, ad dandum sensum et motum; quod etiam cor indigeat virtute concoctiva, ostenditur per venas devenientes ab hepate ad cor ; et ita omnes rationes medicorum sunt tales, videlicet quod non sit aliquod membrum (principale videlicet) tribuens et non accipiens».

34  Ivi, pp. 538-539: «Supponit enim unum (ut in decimo met. primo, et secundo, et aliis in locis), quod in unoquoque genere sit devenire ad unum, quod debet esse causa omnium illorum quae sunt sub eodem genere [...] et illud commune est causa generationis et conservationis, ita ut, si removeatur illud primum, removeatur essentia, et conservatio, et omnia dependentia ab illo peribunt [...] Veritas igitur propositionis Aristotelis est manifesta, et sicut videmus in animalibus et aliis aliquod primum, ita in corpore nostro est unum primum, et (sicut dicit Arist. secundo de partibus animal.), non est bonum, ut in corpore sint plura principia, sed necessarium est, ut sit unum principium». Pertanto, «si consideretis secundum rationem, apparet quod sit unum membrum tribuens et non accipiens, et tanquam principium, a quo alia membra accipiant».

35 Da Monte, Medicina universa cit., p. 135: «Dum modo enim artifex in suis principiis consistat, neque trascendat ea, potest agere de omnibus quaestionibus. Tanto autem magis Medicus, cum medicina sit tanquam philosophia quaedam particularis, sicut probavit Galenus in libro ad id dicato. Neque enim potest esse aliquis elegans Medicus, nisi etiam sit Philosophus bonus, et ubi incipit Medicus elegans, hoc est χαριέστatος, illic desinit Philosophus».

36 Ivi., p. 189

37 Per la biografia del medico forlivese, con le indicazioni bibliografiche essenziali, v. Giuseppe Ongaro, Mercuriale, Girolamo, in Dictionary of medical biography cit., IV, pp. 871-873; sulle edizioni di Mercuriale, cfr. Giancarlo Cerasoli e Brunella Garavini, La bibliografia delle opere a stampa di Girolamo Mercuriale, «Rivista di Medicina & Storia» cit., VI, 2006, 11, pp. 85-119.

38 Girolamo Mercuriale, Hippocratis Coi Opera quae extant graece et latine Veterum codicum collatione restituta, novo ordine in quattuor classes digesta, interpretationis latinae emendatione, et scholijs illustrata, Venetiis industria ac sumptibus Iuntarum, 1588, t. I, classe I, p. 357, n. 8: . «Vis una et non una. Gal. in ij. Aph. xvj. loquens de Hippoc. […] et hoc in lib. de alim. dixit Hippocrates, facultas una et non una, demonstrans scilicet unam esse secundum genus potentiam, at eam plures species habere».

39 ID., Commentarii eruditissimi in Hippocratis....Quibus accessere Tractatus luculentissimi de Hominis generatione, typis Ioannis Saurii, impensis Caspari Pindoni bibliopolae Veneti, Francofurti 1602: «Praelectiones Bononienses in libros Hippocratis De ratione victus in morbis acutis [...] A Petro de Witten Philosopho et Medico ex ore ipsius diligenter exceptae nunc primum in lucem editae..», Liber II, p. 446: «Postquam, ut audivistis, substantia facultatum nostri corporis posita est, ut dicebat Hippocrates [...], et ut Galenus dicit undecimo metaph. in spiritibus, humoribus, et partibus solidis, sequitur ut contemplemur, quod sint hae facultates, et quomodo laedantur. Plato in Timaeo, cum de anima loqueretur, tres facultates animae constituisse videtur, de quibus interpretes plurimum dubitantur, animasne tres, an facultates potius intelligere debeant; Galenus libro de plac. Plat., dicit aut errasse Platonem, aut nihil aliud potuisse intelligere, quam tres facultates animae. Sed Peripatetici aliud sentire videntur, et quanquam Aristoteles hoc nusquam explicuit, putarunt tantum duas esse facultates, animalem et vitalem, et sectator Peripateticorum Averrh. 2. colliget. capite septimo, et 3. de pact. mal. cap. 4., disputans adversus Medicos, et praesertim adversus Galenum, probare conatus est non esse praeter duas animae facultates. Ceterum Galenus (id quod multorum ingenia torsit) videtur hac in re parum sibi constare [...] Quid igitur sentiendum est in hac auctorum in Philosophia et Medicina principum controversia? Sequenda est natura ipsa, quae meta et scopus est, quo omnes lites dirimi possunt. Illud compertissimum est, hominem unum esse, si ab una forma una anima; unde, qui existimant Platonem dixisse tres esse animas, maximo opere falluntur. Sed quid tot facultates uni animae tribuuntur? Sunt operationes animae, non quod hae potentiae sint unum cum anima, sed sunt quiddam distractum ab anima […]? quae diversitas operationum oritur a diversitate instrumentorum. Nam quemadmodum una eademque manu pingitur, scribitur, pulsatur, variaque munia obeuntur; sic una eademque anima varias actiones obit, secundum varietatem instrumentorum, quibus utitur [...] Sed quae sunt instrumenta? Sunt innumera. Nam dicebat Aristoteles et Theoph., propterea esse hominem perfectissimum, quia habet plurima instrumenta».

40  Ivi., cc. 145r, 146r, 147v, 151r; c. 151r: l’a ricorda che alcuni peripatetici  affermano, in difesa di Aristotele, che non i nervi, o le vene e le arterie, sono da prendere in considerazione, ma che il calore innato è la sede e lo strumento del principio di tutte le facoltà.

41 Ivi, c. 158r: «Hoc calidum ingenitum anima est, unum sane secundum communem naturam calidi ingeniti, diversum tamen in diversis, pro diverso modo essendi in illis, quod idem in omnibus membris obtinet, tamen in cerebro facultates praedictas, in corde alias, in iecore nutriendi, in testiculis vim generandi»; cfr. c. 158v: «Verum quae dicta ex Hippocrate et Galeno, licet in brutis animantibus dici possint, de calido scilicet ingenito, secundum tamen Fidem et Veritatem, de anima hominis dici nequit, sed dicendum animam a Deo Opt. Max. creatam corporibus nostris infundi unam, et individuam, eamque uti calido ingenito tanquam instrumentum».

42 Zabarella, De rebus naturalibus libri cit.,  col. 749 F: «nos igitur dicimus, differentiam secundum magis et minus non variare speciem: et quemadmodum alias ostendimus omnem calorem esse eiusdem speciei, licet alius alio intensior sit; ita spiritus omnes in toto animalis corpore eiusdem esse speciei, et vitales vocandos, et in solo corde generari».

43 Piccolomini, Librorum ad scientiam de natura attinentium pars quinta cit.: De sede animae liber unus, c. 5r: «Praeterea, cum Animal sit parvus Mundus ex octavo Physic. 17. et homo sit tanquam Mundi compendium, et imago, ut in Magno Mundo unicum est Principium primum, unum mobile primum, et sedes primi Motoris, ita et longe magis in parvo mundo unica statui debet Sedes prima. Quod confirmatur: quia Imperium Regium secundum naturam est optimum, hoc fulget in universo, quare etiam in eius imagine reperiri debet, et praesertim, quia nunquam totum aliquod recte dispositum, nisi in eo primum sit unicum, ex quo pendeant, cuique subijciantur caetera». Cfr. alcuni passaggi dell’argomentazione di C. Cremonini, nel corso della Lectio 6.a (corrisponde al Dictatum XLV, c. 175-176, dell’ed. a stampa) del De origine et principatu membrorum (Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 1011, f. 150r-v): «Primo: animal est unum; ubi sunt plura principia, ibi unitas non potest esse;

sed ponere  plura principalia est ponere plura principia, quare est destruere unitatem animalis; atque ideo si animal est unum, oportet esse unum tantum membrum principale. 20: id quod melius est, semper in natura est ponendum; sed melius est unum quam multa, ergo [...] 30: sicut se habet in magno Mundo, ita est in parvo, qui est homo, vel animal. Ex dicto Sapientum in Magno Mundo unum tantum primum, ergo etiam in homine unum tantum primum. 40: omnis pluralitas ad unitatem reducitur, quia nihil aliud est pluralitas, quam repetitio unitatum, ergo etiam in pluralitate membrorum debet esse haec reductio ad unum; et sic inter omnia oportet esse unum principale».

44 Piccolomini, Librorum ad scientiam de natura attinentium pars quinta cit.: De sede animae liber unus, c. 5r: «Consequutio deducitur, quia unius unica est sedes, et in omni genere ad unum primum necesse est devenire, quare in genere membrorum, ad unicum deveniendum est, quod primum dicatur [...] igitur dari debet forma nectens et in unum redigens, quae cum una esse debeat, et in corpore exposcat sedem, est necesse dari membrum unum, quod sit sedes eius, et id erit membrum principale, non alia».

45 In ordine a ciò, si sofferma sul primo dei due filosofi padovani, Schmitt, Aristotle among the physicians cit., p. 7-9.

46  V. il testo del Lecturae exordium, in Cesare Cremonini, Le Orazioni, a cura di A. Poppi, Padova, Antenore 1998, pp.3-51; la prolusione uscì a stampa nella Explanatio proemii librorum Aristotelis de physico auditu cum introductione ad naturalem Arist. Philosophiam che Cremonini pubblica a Padova, nel 1596, apud Melchiorem Novellum. Il motivo dell’uomo epilogum naturae e parvus mundus, compare nella Introductio del volume, cc. 21v-22r; da notare che nel discorso del 1591, il tema del microcosmo è riferito con non celata sufficienza: «hominem parvum esse mundum nedum apud sapientes receptum est, sed iam est adeo tritum et pervagatum ut passim in ore omnium versari audiatur» (p. 32). Per la diffusione del motivo, in ambiente e nei testi medici, cfr. Lynn Thorndike, A history of magic and experimental science,VII, New York and London, Columbia University Press 19642, pp. 124-129

47 Sulla scorta dei lavori di D.G. Bates e J. Bylebyl, Andrew Wear, Explorations in renaissance writings on the practice of medicine, in The medical renaissance of the sixteenth century cit, p. 122, ha ben colto il rapporto che esiste tra le ragioni «teoriche» del ritorno a Galeno, e l’occhio di riguardo che la medicina «pratica» presta alla professione del medico nella società: i medici umanisti, da Montano a Capodivacca, ebbero l’ambizione «to transform the practica into treatises of methodical therapeutics following the example of Galen’s Methodus Medendi. Apart from the wish to restore Galenic teachings and to educate students, one motive for this may have been to bolsteer the claims of university-trained doctors over the providers of medical expertise in the renaissance, namely: priests, wise-women, magicians, herbalists, travelling empirics and so forth»; un mezzo, insomma, affinché «only the properly educated could practise» e «of excluding outside competition»

48 Schmitt, Filosofia e scienza nel Rinascimento cit., pp. 103-104

49 Mainetto Mainetti, Commentarius […] in librum Aristotelis peri aisqhsews kai aisqhtwn hocest, De sensu et Sensilibus, ad Hieronymum Dandinum S.R.E. Cardinalem Amplissimum. Autore M.M. Academiae Bononiensis Philosophiae ordinario publico professore, Florentiae, Laurentius Torrentinus Ducalis typograpus [sic] excudebat, 1555, p. 11

50 Girolamo Fabrici D’acquapendente, Opera omnia anatomica et physiologica, Lugduni Batavorum, apud Johannem van Kerckhem, 1737, p. 319 : «In ramis autem quemadmodum folia, flores, et fructus producuntur, quae radicibus utiliora, jucundiora, perfectiora sunt; sic reliquis Philosophiae partibus multo praestantior est, floribus et fructibus excultior, et opulentior est ea, quae animalium naturam indagat».

51 «Anche se attorno al 1500 e nei primi decenni del XVI secolo, l’orientamento anatomico mantiene saldi legami con la tradizione antica, in specie galenica, non deve essere sottovalutata l’influenza esercitata sul successivo sviluppo dell’anatomia dagli anatomisti umanisti o filologi, veri «réformateurs par l’érudition», come li definì il Daremberg, la cui opera fu essenziale nella fase di transizione dal puro pensiero classico greco-latino, non filtrato e inquinato attaverso le versioni arabe, al Rinascimento scientifico»: Ongaro, La medicina nello Studio di Padova e nel Veneto cit., p. 96.

52 Oltre ai contributi già segnalati, di N. Siraisi si segnalano: Taddeo Alderotti and his pupils: two generations of Italian medical learning, Princeton N.Y., Princeton University Press 1981; Medieval and early Renaissance medicine: an introduction to knowledge and practice, Chicago, Chicago University Press 1990; Medicine and the Italian universities, 1250-1600, Boston-Leiden, Brill 2001.

53 Ongaro, La medicina nello Studio di Padova e nel Veneto cit., p. 118: «Nella prima metà del Cinquecento l’insegnamento della medicina nello Studio padovano va incontro a un sostanziale progresso con l’introduzione del metodo dimostrativo anche nella clinica. È anche questo un aspetto dell’esigenza di oggettivare lo studio, così sentita a Padova e che si traduce in un fervore dimostrativo che non ha l’eguale in alcuna altra epoca». Il riferimento è all’opera di Giovanni Battista Da Monte (Montanus, 1489-1551), sul quale ivi, pp. 118-124; si veda dello stesso a., L’insegnamento clinico di Giovan Battista da Monte (1489-1551) cit.

54 Ivi, p. 82: la Practica di Michele Savonarola (c. 1384-1466) «si inserisce nella tradizione padovana di studi medici soprattutto pratici, isprati a una concezione naturalistica della scienza aliena da interessi speculativi. Il Savonarola aderisce all’opinione di Averroè che la medicina sia una ars mechanica, e come tale viene esaltandola anche nelle opere successive. Nella Summa de pulsibus, urinis et egestionibus, opera che peraltro che sembra essere stata scritta a Ferrara, rivendica al

 medico la dignità di artifex sensualis, che opera sul piano della diretta sperimentazione, lasciando ai theoricis le cose che sfuggono all’esperienza e alla casistica: sed hic garrulet speculator et sophista». Cfr., per esempio, come «anche nel Directorium il Savonarola rivendica la dignità della medicina pratica, in un’aspra polemica di sapore petrarchesco con i teorici: «Reor [...] hac positiva re corporibus humanis iuniores practici plus proficere posse hiis dyalecticis argumentis quibus se in platearum angulis vane se populo ostentant» (p. 85).  Sul Savonarola, v. il contributo prezioso di Tiziana Pesenti Marangon, Michele Savonarola a Padova: l’ambiente, le opere, la cultura medica, «Quaderni per la storia dell’Università di Padova», IX-X, 1976-77, pp. 45-102, la quale – come osserva

Ongaro, La medicina nello Studio di Padova cit., p. 82 – ne ha esplorato «la personalità di un medico umanista saldamente legato alla tradizione intellettuale padovana, che, continuatore dell’indirizzo naturalistico di Pietro d’Abano, vi innesta i temi della polemica petrarchesca contro la medicina teorica e la riflessione poetica dei preumanisti».

55 Ivi., p. 89; cfr. alla nota 154: «Così, ad esempio, Federico Pendasio nelle sue Lectiones in Aristotelem de anima, conservato manoscritte nella Biblioteca Universitaria di Padova, ms. 1264, e studiate da F. Fiorentino, Pietro Pomponazzi. Studi storici su la scuola bolognese e padovana del secolo XVI, Firenze 1868, p. 369: «Et ideo praecipit Alexander (et hoc habetis in principio libri), ut nos versemur circa fabricam corporis humani, circa Anathomem, et debetis vos hoc facere, cum praesertim habeatis viros doctissimos circa huiusmodi facultatem, nam ex hoc poteritis ascendere ad naturam huius partis».

56 Mikkeli, An Aristotelian Response …, cit., p. 181

57 Girolamo Mercuriale, Praelectiones Patavinae de cognoscendis, et curandis humani corporis affectibus […] opera ac studio Guglielmi Athenii Bruxellensis, Venetiis, apud Iuntas, 1627, p. 465: «Quemadmodum sapienter fecerunt veteres, qui omnem philosophiam in Theoricam, et Practicam sicut, et Medicinam diviserunt; sic sapienter existimarunt ad usus humanos, ad beatitudinem acquirendam, activam Philosophiam, et Medicinam longe antecellere; et ut de Medicina loquamur, practica pars adeo contemplativam excellit, ut Arist. 10. eth. scripserit, Medicos ex libris minime fieri: quasi voluerit Practicam Medicinae partem eam unam esse, quae Medicos facit».

58 Sul Da Monte e sul significato del suo programma d’insegnamento della medicina teorica e del Canone a Padova, dal 1543, v. Siraisi, Avicenna in Renaissance Italy...cit., p.98 ss. Le opere a stampa del Montanus, edite dai suoi allievi, andranno lette con la cautela che raccomanda Ongaro, L’insegnamento clinico di Giovan Battista Da Monte cit., pp. 358-359.

59 Per il significato della posizione assunta dal Da Monte intorno alla natura della medicina, in relazione al quadro di riferimento aristotelico, v. Mikkeli, An Aristotelian Response...cit., pp. 141-144

60 «Similiter dico quod in definitione medicinae non ponitur actio, nam medicina est scientia corporum sanorum, aegrorum et neutrorum; cum enim est actio, non est medicina aliquo modo, sed medicina speculatio est, et tota medicina a principio usque ad finem dicitur speculatio; finis vero medicinae est actio, seu praxis graece, quia dum dividi debet in speculationem et actionem (seu in praxin), et non in theoricam et practicam. Unde solum Avicenna fuit causa huius erroris». Per i testi di questa nota e delle successive 62-64, v. Giovanni Battista Da Monte, In artem parvam Galeni Explanationes, a Valentino Lublino Polono editae, Venetiis, apud Balthassarem Costantinum ad signum divi Georgii, 1554, cc. 8v-9r, 11r-13v.

61 «Medicinam non debere dividi in partem theoricam et in partem practicam, sed bene et recte dividi debere in speculativam partem (quam Graeci nominant theoriam) et in actionem (nuncupatam a Graecis praxin)»; infatti, «tota est medicina debetque dici practica, ut supra ostensum est, quoniam illud est finis medici, sanitas, a quo capitur denominatio scientiae, vel artis, sive activus curando sanitatem recuperare amissam, sive eam habitam conservare».

62 «In hoc ergo modo speculatur artifex, et sic quaecumque ars, et medicina quoque habet speculari hoc modo, et etiam operari; et quidem verum est id, quod artifex prius considerat quid agendum, post agit, et sic, ubicumque definimus speculari, ibi incipit actio; et contra ubi desinit speculatio, ibi incipit actio».

63 «Non simul tamen possunt fieri ista duo speculatio et operatio; nam primo consideramus quid sit aegritudo, deinde agimus, unde dicimus ubi desinit speculatio, ibi incipit actio; sic contra in scientiis factivis, et conclusio in syllogismo practico est ipsa actio, ut bene dicebat Aristo. secundo metaph. textu ij. absurdum est quaerere scientiam, et modum sciendi, et loquitur ibi de scientiis speculativis, quod dictum melius apparet in scientiis factivis, nam ars est habitus cum ratione factivus: non enim possumus agere sine tali habitu, et sine ratione». Giovanni Battista Da Monte, In artem parvam Galeni Explanationes, a Valentino Lublino Polono editae, Venetiis, apud Balthassarem Costantinum ad signum divi Georgii, 1554, cc. 8v-9r, 11r-13v.

64 Da Monte, Medicina universa cit., pp. 98-103: «Num Medicina dividatur in Theoricam et Practicam».

65 Ivi.: «Ordo doctrinae in altera huius operis parte, et de metodo Avicennae, qua artem medicam pertractavit»; cfr. pp. 271-272: «Avicenna sibi proponit methodum duplicem, id est, sub duabus partibus: videtur enim habere duas praecipue partes haec methodus. In prima parte docet modum et artificium, quo cognoscere possimus, et ostendere et explicare passiones de subiecto ei proprias. Haec est prima pars methodi, quam ille in prooemio primae Fen appellavit scientiam scientialem, et alio nomine partem teorica; altera pars methodi est, qua docetur modus et artificium operandi secundum methodum et rationem, et haec consistit inventis et ostensis passionibus per suas causas. Aggreditur postea secundam methodum, in qua considerat, quomodo possimus conservare passiones in corpore humano, quando sunt secundum naturam, et naturales, et removere illas easdem, quando sunt praeter naturam; et deinde invenire etiam per eandem methodum, materiam, et instrumentum, quo id comode facere possimus. Haec est integra Avicennae methodus, duobus modi sproposita, ut diximus. Videamus primam diligentius. Diximus primam partem methodi versari circa hoc, ut ostendat per suas causas demonstrando tum a priori, tum a posteriori passiones de subiecto. Id si debet fieri, praesupponit subiectum, de quo oportet sciri, quid, et quale sit. Nisi enim sciverimus subiectum, quid sit, et quale sit, non poterimus scire passiones alicuius subiecti, ut 8. Physic. 22. optime dicebat Averrhoes. Non habet, inquit Averrhoes, artifex sermonem per quem loquatur cum negante principia sui subiecti. Igitur supponendum est, quid sit subiectum, et quale sit, non quidem per suas causas, quatenus tale sit, quia hoc ad artem superiorem, ad physicam scilicet, pertinet; unde est, quod medicus futurus primo physicus sit necesse est, quia ubi desinit physicus, ibi incipit elegans medicus, ex sententia Aristotelis de sensu et sensili. Merito dixit elegans: oportet igitur ista principia didicisse ab arte superiori, non ab arte, quae supponit istud subiectum. Avicenna igitur oportuit primo proponere sibi subiectum, et considerare, quidnam esset, et quale hoc subiectum, non probando, sed tanquam per historiam, quod optime fecit in 1. Fen et nos volumine superiori nostro».

66 Ivi, p. 16: «quoniam scientiae tantum scire volunt passionem inesse subiecto; artes vero, et scire et operari volunt, et inducere talem affectum subiecto, si non adsit, et si adsit  praeter naturam, removere».

67 Ivi, p. 638

68 Da Monte, In artem parvam Galeni cit., cc. 19v e 20r: «Bene advertatis, ne decipiamini: dico quandocunque consideratio fit de corpore humano sine sanitate, nec consideramus, quae sunt in corpore humano ad sanitatem spectantia ut temperaturas, et similia non pro sanitate, sed quae sint, et quomodo, ut facit Arist. in libris de generatione animalium, haec consideratio, vel speculatio pertinet ad philosophum naturalem, et non ad medicum; sed quandocunque consideratur corpum [sic] humanum, et quae sunt in corpore humano, ut temperaturae, referendo omnia ad sanitatem, ut facit Galenus, propter quem finem movetur artifex considerans omnia ratione illius finis, tunc illa consideratio spectat ad medium: propterea quod talis consideratio tota refertur ad sanitatem, quae sanitas est finis intentus, qui movet medicum ad operandum».

69 Ivi, c. 19v

70 Ivi, c. 19r-v: «et si bene notetis, patet quod quanto magis devenimus ad particulares scientias, tanto magis semper fit aliqua additio [...], quae additio est, qua scientia una distinguatur ab altera, et omnes tamen subalternantur primae divinaeque scientiae [...]; et dicebamus vos in prima lectione per Averroem in prohemio physicorum, omnes scientias factivas fieri a speculatione per additamentum [...], ut est medicina, quae oritur a philosophia naturali [...] Quod autem medicina

subalternetur philosophiae naturali, patet quia Arist. in libro de sensu et sensato dicit habitis omnibus rationibus corporis humani, tunc philosophus cessat, et ibi ad eam sequitur alia scientia subalterna, quae est medicina; ‘ubi enim desinit philosophus, ibi incipit elegans medicus’. Nam Aristoteles [...] dixit ‘ibi incipit medicus, ubi desinit philosophus’; et bene dixit elegans propter medicos empiricos, qui non debent dici elegantes, qui non procedunt ratione, sed experientia et observationibus; dogmatici autem sunt veri medici et elegantes». Nel corso del suo ragionamento, l’a. menziona il quartum subiectum, sul quale ritorna alla c. 20v: «est aliud quartum subiectum, quod est aequivoce subiectum, seu potius obiectum, quod deservit omnibus scientiis, quia omnes considerant passiones; sicque habentur scientiae subalternae, quoniam fiunt per additamentum; et ratio huius est, quod passiones non possunt stare per se et sine subiecto [...]; ut tantum sola prima philosophia habet subiectum verum, proprium et adaequatum, sine aliqua adiunctione».

71 Girolamo Capodivacca, Opera omnia quinque sectionibus comprehensa, Venetiis, apud Sessas,1603, p. 274 a – b

72 Paterno, Explanationes in Primam Fen cit.; oltri ai luoghi già segnalati, v. anche cc. 20r ss., 21v, 36v-37v, 60v. Sulle critiche che il Paterno muove alla concezione della filosofia naturale come base dell’arte medica, cfr. Mikkeli, An Aristotelian Response ...cit., pp. 145-146

73 Ivi, cc. 1v-2r; circa il subiectum medicinae, il corpo umano che il filosofo naturale considera, è la materia secunda, mentre l’oggetto specifico dell’arte medica è la salute: «Quod si quando Galen corpus humanum subiectum esse inquit circa quod ars medica versatur, secundum operationem intelligendum opinor, non autem secundum contemplationem, prout in artibus contemplatio esse dicitur, non quidem proprie et vere, cum artibus factivis ea proprie et vere  attribuenda non sit. Scientia itaque medicinae est sanitatis, et morbi consequenter, quatenus in corpore humano consistunt [...] ut sanitas praesens conservetur, et amissa recuperetur» (c. 7r); alla luce di questa preliminare determinazione, è da interpretare la divisione della medicina in teorica, la quale principia ac fundamenta artis docet, e in pratica, con la quale invece docetur qualitas modi operandi (c. 8v).

74 Cfr. il luogo già segnalato nelle Praelectiones patavinae cit. di Mercuriale; ma cfr. anche la parte iniziale della lettera dedicatoria Medicinae practicae studiosis che l’editore premette al volume, f. + 3 r: «Quemadmodum sapiens fuit Veterum inventum, quod universam philosophandi rationem, una cum Medicina, in duas ab invicem segregatas partes distribuerunt, quarum alteram ab exercendo, et operando Practicam, alteram vero propter investigationem, et contemplationem Theoricam cognominarunt, nec non unicuique praecepta, institutaque peculiaria in principio, progressu, atque fine assignarunt: ita sapiens fuit ipsorum opinio, quod ad ipsam in humana societate eudaimonían acquirendam, et ad exercitia  in hominum utilitatem dirigenda, Philosophia et Medicina Activa Contemplativam longe antecellat».

75 Mercuriale, Hippocratis Opera cit., Hieronymi Mercurialis Adnotationes in lib. de Articulis, t. I,

classe I, p. 333, n. 5: «Facile omnium nasum fractum et luxatum curari ex eo etiam colligi potest, quod hodierna die inveniuntur in regno Neapolitano, qui etiam penitus abscissas nares reficiunt, quod in alijs corporis partibus amputatis, adeo faeliciter minime fieri compertum est, nec forsan veteres, adeo in Chirurgia excellentes huiusmodi artem calluisse suspicandum est, in qua magna cum laude, atque omnium admiratione, nunc floret Bononiae Gaspar Tagliacotius, qui inter alia, quae proprio, ac singulari ingenio nostrae arti attulit praeclarissima ornamenta, atque adiumenta, est admirabilis in reficiendis naribus facultas, de qua quoniam ad me, quaedam scripsit breviter, sed erudite, hic ea, donec elaboratum ipsius, ea de re opus prodit, ob lectorem utilitatem ponenda iudicavi». Cfr. tuttavia l’annotazione sul medicus physicus e il chirurgo: «Hinc colligere licet apud veteres vocatum esse medicum physicum, qui arte, et ratione non experientia tantum curat, cum hodie haec appellatio in usu sit ad distinguendos a Chirurgo alios medicos»: ivi, Hieronymi Mercurialis Adnotationes in lib. de Sterilibus, t. II, class. 3, p. 332, n. 6.

76 Con enfasi efficace ne disegna la complessa personalità G.f. Tomasini, Illustrium virorum elogia cit., p. 155: negli anni trascorsi a Padova, Mercuriale «Medicam artem exercere cum laude, et utilitate caeperit, assiduus adeo in curandis aegritudinibus, et diligens in evolvendis Graecorum Philosophorum, ac Medicorum libris, ut a omnibus non Mercurialis, sed Mercurij filius salutaretur».

77 Ongaro, La medicina nello Studio di Padova e nel Veneto cit., p. 96

78 Mikkeli, An Aristotelian Response cit., p. 159.

79 Mercuriale, Hippocratis Coi Opera cit.: Hieronymi Mercurialis Adnotationes in Praeceptiones, t. II, classe 4, p. 7, n. 1: «Hippocrates ita videtur animae potentias ordinasse, quod primo sensus rerum sensilium species ab ijs patiendo in se recipiat, quas postea προς την διάνοιαν perferat; διάνοια vero eas quomodo, quando, et quorum oportet recipiens, conservat, atque ita memoria enascitur, quae nil aliud esse videatur, nisi potentia cogitativa, sive discursiva species a sensibus sibi demandatas retinens, ut etiam Galenus secundo de motu muscul. 6. existimasse videtur. Peripatetici aliud sentire putantur, qui facultatem discursivam, et memorativam distingunt».

80 Ibid.: «Discursiva autem tunc recte operatur, ac veritatem in se gignit, quando principia, nec non conclusiones a rebus sensibilibus, et manifestis sumit, alioquin si principia aliunde capiantur, tota ratiocinatio claudicet, necesse est. Hac enim ratione a philosophis scientiarum et artium principia dicuntur indemostrabilia, et omnium certissima, quia a sensibus capta sunt».

81 Ibid.: «Itaque medicus, ut optimus, verus, ac sine errore artifex evadat, sensibus inhaerere debet hoc est in rebus quae fiunt, vel factae sunt, sedulo versari; sic enim experientiam in eo multum valere, et rationem, quae a sensibus principia sumit, sine experientia nullam fere esse probatur».

82 Ivi, Adnotationes in lib. De vulneribus capitis, t.I, classe I, p. 256, n. 2

83 Ivi, Adnotationes in lib. De ornatu medico, t.II, classe 4, p. 31, n. 2: «medicina cum sit sanorum, atque aegrotantium corporum scientia quaedam, sanitas autem ac morbus sensibus ipsis ita,  subijciantur, ut nullus sit ex populo, qui in seipsis illas affectiones non sentiat, is qui medicinam tractaturus est, ante cetera studeat, oportet nec res sensibus contraria proponat, sed omnia semper illis adaptet, quae vulgares in seipsis quotidie experiuntur, non enim universalia tantum et abstrusas rationes solis eruditis notas persequi debent, quin et vulgarium, quorum magna ex  rem agunt, sensibus et iudicijs sese accomodent; quod enim in plurimorum ore continuo versatur, id verum esse Arist. quoque et Averroes crediderunt, ne vulgi iudicium prorsus fugiuendum esse putemus».  Resta da aggiungere che Mercuriale esprime ogni volta che può la sua avversione nei confronti di Averroè; per esempio, nei Commentarii eruditissimi in Hippocratis cit., Francofurti 1602, p. 417, scrive: «Averrhoes [...] flagellum, ut ego soleo appellare, Medicorum»; nelle Praelectiones Patavinae cit., p. 140, certifica che «Averroes prosequabatur odio medicos».

84 Bernardino Paterno, Explanationes in Primam Fen primi canonis Avicen. Habita Patavij, dum primum Theor. ordin. locum teneret, a Bernardino Gaio medico veneto in lucem editae Venetiis, apud Franciscum de Franciscis Senensem, 1596, c. 60v; ma v. anche c. 20r-21v. Sulle obbiezioni di Paterno alla filosofia naturale come base dell’arte medica, cfr. Mikkeli, An Aristotelian Response ...cit., pp. 145-146

85 Ivi, cc. 36v-37v : «Quando si medici, sic medicamenta calida, frigida, sicca et humida, e.g. considerarent, facile in eorum usum decipi possent, et credere medicamentum esse calidum, quod tamen corpus, cui adhibitum sit refrigerabit. Quare non ea ratione procedere debent in iudicio de medicamentis faciendo, quo naturales philosophi».

86 Stile e contenuto del trattato sulla peste (1577) di Mercuriale, illustra Vivian Nutton, With

Benefit of Hindsight: Girolamo Mercuriale ad Simone Simoni on Plague, «Medicina & Storia. Rivista di storia della medicina e della sanità». VI, 2006, 11, pp. 5-19.

87 Si tratta del motivo d’apertura del De anatomica methodo commentarius di Capodivacca, Opera omnia cit., pp. 12-13

88 Girolamo Capodivacca, Opusculum de doctrinarum differentiis, sive de Methodis, Logicis, Philosophis, Theologis, Iureconsultis atque Medicis pernecessarium. Cum praefatione d. Laurentij Scholzij, medici; nunquam antehac in Germania editum, Francofurti ad Moenum 1594, apud Ioannem Feyrabend, impensis Henrici Osthausij junioris, pp. 41-42; 151-152: «attamen per experimentum consequimur tantum peritiam, non autem cognitionem scientialem, quam ex methodis adipiscimur; cuius discriminis ratio inde colligitur, quoniam experimentum est opus sensus, methodus autem opus intellectus; unde ut methodus ab experimento distingueretur, iure merito diximus [ut problematum scientiam consequamut]».

89 Capodivacca, Opera omnia cit., p. 277 bA

90 Ivi, p. 277 aC

91 «Itaque, sciendum cum Arist. I divi. a principio, et 2 post. circa finem, ad procreandum experimentum tali via esse procedendum, nimirum ut primum praecedat sensus multiplicatus, hoc est, ut multae fiant sensationes eodem modo circa eiusdem speciei individua; exempli gratia: video hoc rheubarbarum purgare bilem in hoc homine, video etiam aliud individuum rheubarbari similem purgare bilem, et recordor primi individui; tunc, ex duplici hac sensatione fit memoria; quod si tertia vice, quarta et quinta video rheubarbarum individuum hoc efficere, tuncque recordatus fuero primae, et secundae, et praecedentium sensationum, tunc fient plures memoriae»: i passi citati nelle note 91-96, sono tratti da G. Capodivacca, Opusculum de doctrinarum differentiis cit., pp. 315–321.

92 Ivi: «ex pluribus memoriis, ex hac memoria multiplicata, resultabit in facultate rememoratrice spectrum, seu simulacrum fixum, et stabile, quod nil aliud est, quam unum opus animae scilicet sensitivae, ad differentiam rationis, quae est opus intellectus; atque hoc sensus opus stabile, et fixum vocatur experimentum ex multis collectum memoriis».

93 Ivi: «Ex quo, deinde opere, seu simulacro excitatus, intellectus facit unum universale, quod est: omne rheubarbarum purgat bilem; quod quidem universale est artis principium, non ratione sed experimento inventum; atque hoc principium stabile et fixum est in intellectu, quoniam occasionem habuit ab illo simulacro pariter fixo et stabile in facultate memoratrice, ut proinde prodeat etiam artis principium stabile et fixum».

94  Ivi: «Quibus sic positis, iam constare debet cur in definitione dictum fuit in doctrina experimentale progressum esse a noto ad ignotum, nempe notum esse sensationes ipsas, rem autem ignotam esse principium et problema in arte, vel scientia; viam autem a sensationibus ad memorias, ab his ad

95 Capodivacca, Opusculum de doctrinarum differentiis cit., pp. 315–321. Valga il seguente esempio: «sit hoc universale: omnis lactuca convenit febricitantibus, huius propositionis possum habere scientiam, et peritiam; scientiam habeo per rationem, hunc in modum: omne, quod habet vim refrigerandi et humectandi, convenit febricitantibus, sed lactuca habet vim refrigerandi et humectandi, ergo; maior manifesta esse potest per illud axioma contraria contrariis curantur, minor autem hunc in modum probari potest: omne quod constat ex aqueo habet vim refrigerandi, et humectandi, lactuca huiusmodi, ergo; quare probatum est hoc universale, nempe quod omnis lactuca omnibus convenit febricitantibus. Peritiam autem habeo hunc in modum: video hoc individuum lactucae convenire huic et illi febricitanti, tunc ex multiplici sensatione, et observatione fit memoria, ex memoria multiplicata fit simulacrum quoddam in memoria, ex hoc excitatur intellectus, et conficit hanc universalem propositionem, nimirum quod omnis lactuca convenit febricitantibus; at huius universalis habemus non scientiam, sed solum peritiam».

96 Ibid.: «Haec de definitione experimentalis doctrinae; quantum ad divisionem, nihil habetur 

notatu dignum,  nisi ratione finis dicamus, experimentum conducere ad inventionem principiorum in scientiis et artibus, tum etiam ad usum artium».

97 Santorio, Commentaria cit., coll. 255 C -264 D: Quaestio XXX: An formae elementorum et eorum qualitates maneant in mixto.

98 Ivi, col. 91D: Dubitatio est circa animi accidentia, an animi mores pertineant ad medicum, vel solum ad philosophum. Sull’opera e la personalità del Santorio, v. l’Introduzione di Ongaro a S. Santorio, La medicina statica cit., pp. 5-47

99 Ivi, col. 93 C-D: Dubitatio inter philosophos, et medicos, an ob animi passiones alteretur cor, vel cerebrum.

100 Ivi, col. 882 D experimentum, ad simulacra, ab hoc ad universale in arte, ad problema».

101 Ivi, col. 874 D ss.; coll. 876 B-877 C; col. 877 D: Quaestio CVIII: An cor sit membrum tribuens et non suscipiens, i. an corde omnes corporis facultates proveniant.

102 Ivi, coll. 141 D -143 E: Quaestio XIV: Quomodo tractatus de elementis et de temperamentis pertineat ad medicum.

103 Ivi, col. 892 E

104 Ivi, coll. 4 E-6 C: De Medicinae divisione.

105 Ivi, coll. 140 C-141 B: Quaestio XIII. An medicina sit subalternata Philosophiae.

106 Mainetti, Commentarius … cit., p. 11: «quod in naturali scientia determinatum est, sumitur a medico pro principio, et ita conclusiones superioris scientiae, idest naturalis philososophiae, sunt principia inferioris, idest medicinae».

107 Ibid.: la prima dice che «corpus corpus humanum sanabile per artem (hoc enim est subiectum circa quod opus medici visitur) est sub corpore a naturali philosopho considerato»; in base alla seconda, il medico al ‘corpo’ studiato dal filosofo, «addit accidentalem differentiam quae est sanabilis per artem».

108 Santorio, Commentaria cit., col. 6 D

109 Ivi, col. 10 E: «Quare concludimus, quod bene curare humanum corpus, prout possibile est, quod consistit in inventione remediorum, esse finem proximum in medicina, sicuti bene navigare dicimus esse finem nautae». Cfr. col. 13 A: «Medici vero finis ex locis citatis non est ad sanandum, sed ad inveniendum modum quo possit sanari, conservari, restaurari, et praeservari corpus humanum»; v.. inoltre col. 37 D-E

110 È questo il motivo conduttore della già cit. Quaestio XIII. An medicina sit subalternata Philosophiae (Ivi, coll. 140 C -141 B).